Venticinque pagine per replicare a quella «ingenuità ricostruttiva imbarazzate» che, secondo la pm Elena Guarino, avrebbe portato il gup Giovanni Rossi a prosciogliere il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo dall’accusa di concorso nell’omicidio Vassallo e di cui ora chiede alla Corte d’Appello il rinvio a giudizio, allineando cronologicamente quegli indizi «gravi, precisi e concordanti» (smontati in parte dalla Cassazione) «di cui non c’è traccia nella sentenza impugnata» e che «non sono stati né richiamati né valutati».
I contatti telefonici tra Cagnazzo e Cioffi
Il 20 agosto 2010, quando Angelo Vassallo scopre il presunto traffico di droga e contatta Domenico Palladino, suo ex assessore e proprietario di molti locali notturni che il sindaco vuole far chiudere, partirà un giro di telefonate che durerà quattro ore e che coinvolgeranno i fratelli Palladino, il carabiniere Luigi Molaro, il sostituto procuratore di Vallo della Lucania Alfredo Greco e lo stesso Fabio Cagnazzo che, da ultimo, alle 21.48, telefonerà a Lazzaro Cioffi. I due non si sentiranno più fino al 27 agosto successivo per poi risentirsi nuovamente il 21 settembre. Il brigadiere era rientrato da poco al lavoro dopo un congedo, ma ne chiederà un altro il 26 settembre. Perché? Secondo la procura, dalle dichiarazioni del pentito Eugenio D’Atri e dell’aspirante collaboratore di giustizia Romolo Ridosso, il colonnello avrebbe «consigliato a Cioffi di sparire dalla circolazione» e sarebbe stato lo stesso Cagnazzo, al telefono con un altro carabiniere Luigi De Luca, a rivelare di «aver consigliato a Cioffi di mettersi in convalescenza».
Le coincidenze temporali
Lo stesso giorno in cui Cioffi chiede la convalescenza, Giusy Vassallo si sfoga con Cagnazzo e Molaro per raccontare quanto riferitole dal suo fidanzato dell’epoca Francesco Avallone e cioè che, secondo gli inquirenti, sia il colonnello che l’appuntato sarebbero sospettati di essere coinvolti nell’omicidio di suo padre. Cagnazzo inviterebbe Giusy a riferire tutto ai magistrati ma, al tempo stesso, la rassicura sulla circostanza che l’unico vero sospettato è Bruno Damiani “il Brasiliano”, mentre Molaro – racconterà poi Giusy ai pm – l’aveva spaventata: «ho avuto l’impressione che potesse prendere la pistola e sparare». Il presunto depistaggio che per la procura è fondato «su un previo accordo antecedente al delitto» sarebbe cominciato da tempo addietro.
La sera dell’omicidio
Cagnazzo si allontana dal ristorante del fratello del sindaco, Claudio, dove si trova a cena con i fratelli Palladino e altre persone. Sono le 21.14 (due minuti dopo la probabile ora fissata per il delitto) e c’è un altro giro di telefonate che il pm ritiene indiziario. Molaro chiama Cagnazzo che non risponde ma che risponderà due volte a Federico Palladino. Perché i commensali lo chiamano? Dove è andato il colonnello? Interrogato a gennaio 2024, Cagnazzo dirà, ma non ne è certo, che è andato a salutare sua figlia, però la sua ex moglie lo smentisce il 23 marzo successivo. Tuttavia, quando il 5 settembre fa ritorno al ristorante sarà l’ultimo ad andar via. Claudio, dopo la chiusura, scoprirà il cadavere di suo fratello all’1.47 circa.
La scena del delitto
Cagnazzo arriva sul luogo del delitto prima della Scientifica e dei carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Salerno. Il comandante della stazione di Pollica dirà agli inquirenti che non è riuscito ad allontare il colonnello dall’auto dove c’era ancora il cadavere del sindaco: «Il grosso problema era che si doveva stare fermo». Accende una sigaretta dalla parte del filtro e la getta a terra: su di essa sarà rilevata traccia del suo Dna. Ne strappa di mano un’altra a Vincenzo Amendola, dà qualche tiro e la rigetta a terra: «non sarà mai repertata». A quel punto esterna con l’allora capitano Gianfranco Di Sario i suoi sospetti sul Brasiliano perché sapeva che aveva litigato con il sindaco la sera precedente. Sarà Di Sario ad effettuare il giorno dopo l’esame dello stub a Bruno Damiani. Esame che darà esito negativo ma, nonostante ciò, il colonnello dei carabinieri è convinto della sua tesi. Chi è la sua fonte? «Una fonte confidenziale», scriverà in un’annotazione redatta tra la sera del 6 settembre e la mattina del giorno successivo in cui ricostruisce i movimenti di Bruno Damiani sul porto di Acciaroli in compagnia di altre due persone – che definisce «specchiettisti» e del traffico di droga scoperto e contrastato da Vassallo menzionando il «gommone» su cui sarebbe arrivata la sostanza stupefacente (proprio come aveva riferito il sindaco al vice e alle due vigilesse con cui il 21 agosto fece un sopralluogo). Senza però «far alcun riferimento alle visione delle telecamere da parte di Molaro il 6 settembre».
L’acquisizione dei filmati delle telecamere del negozio di telefonia
È questo forse l’indizio su cui gli inquirenti fondano l’impianto accusatorio nei confronti del colonnello dei carabinieri e su cui la pm Elena Guarino insiste affinché si faccia chiarezza a dibattimento.
Qualche ora dopo la scoperta del delitto, mentre sulla scena del crimine c’erano carabinieri, familiari e curiosi, Luigi Molaro si reca nel negozio di telefonia di Bernando La Greca che si trova nella piazzetta di fronte al porto e prende visione delle immagini del servizio di videosorveglianza. La proprietaria del negozio lo sentirà indicare il passaggio del Brasiliano in piazzetta alle 20.58. Poco prima, sulla piazzetta era passato anche il sindaco Vassallo, che aveva da poco lasciato il bar Meeting prima di fare ritorno a casa in auto: casa a cui non arriverà mai. I filmati restaranno lì: saranno acquisiti quattro giorni dopo, quando sul porto migliaia di persone hanno dato l’ultimo saluto ad Angelo Vassallo e i funerali del sindaco sono appena terminati. Ad acquisitre i filmati saranno Cagnazzo e Molaro. «Senza redigere alcun verbale, senza avere la competenza tecnica, senza una delega neppure orale da parte dell’autorità giudiziaria e senza collegarsi con i colleghi legittimamente deputati alle attività investigative», scrive il pubblico ministero. E quando, sei giorni dopo, la Dda di Salerno, che ha avocato a sé le indagini (togliendole alla Procura di Vallo della Lucania) chiederà la consegna dei filmati, Luigi Molaro consegnerà dei fotogrammi che immortalano Bruno Damiani, i due accompagnatori e il sindaco Vassallo (a distanza) ma senza data e senza l’indicazione dell’orario. Perciò il 20 settembre l’allora titolare delle indagini Rosa Volpe ordinava il sequestro l’hard disk che i carabinieri di Salerno recuperarono nella caserma di Castello di Cisterna.
Quei filmati sono stati manomessi? Cagnazzo ha sempre negato, però non avrebbe dato una spiegazione di tale comportamento.
Le contraddizioni sull’acquisizione dei filmati
Ascoltato in Procura il 15 gennaio 2024, il colonnello affermava di essere stato autorizzato dall’ex sostituta procuratrice antimafia Rosa Volpe. Ma il magistrato, che frattanto era stato trasferito a Napoli, sentita a sommarie informazioni un mese e mezzo dopo conferma di non averlo mai autorizzato.
Perché allora li avrebbe acquisiti senza autorizzazione? «Per paura che si potessero sovrapporre le immagini», avevano riferito ai magistrati sia Molaro che Cagnazzo qualche giorno dopo la richiesta di consegna della registrazione. «Circostanza falsa», replica la procura in quanto non sarebbe stato possibile perdere le immagini «proprio grazie ad un intervento di Molaro che, per evitare un pericolo di sovrascrittura, aveva intimato sin da subito a Bernardo La Greca di staccare il dispositivo, preservando così le immagini».
Le accuse contro La Greca
Il 3 novembre il colonnello invia un’altra segnalazione al capitano Di Sario: stavolta i suoi sospetti si concentrano proprio sul titolare del negozio di telefonia che, secondo Cagnazzo, sarebbe un usuraio. Il colonnello è intercettato da un mese e gli inquirenti lo sentono parlare con i fratelli Palladino (anche quando questi saranno sentiti in procura e uno di loro gli dirà di aver fatto come gli avrebbe consigliato di fare.
Luca Cillo ha già raccontato in giro e anche agli inquirenti (salvo poi ritrattare) del traffico di droga scoperto da Vassallo e dei suoi sospetti sul coivolgimento di Cagnazzo e Cioffi. Luca Cillo è già stato picchiato dal colonnello, salvo riappacificarsi qualche settimana dopo grazie all’intermediazione dei fratelli Palladino. Ma novembre è anche il mese in cui Cagnazzo e Cioffi si scambiano foto e dediche e dovranno passare otto anni prima che Ridosso pronunci la famosa frase: «Ci simm fatt pure ‘o pescatore».

