Che sia l’accusa a chiederne la condanna non meraviglia. Ma che sia il suo stesso difensore a farlo potrebbe sembrare strano. In realtà non lo è e la spiegazione è semplice: Romolo Ridosso, l’ex pentito a cui nell’inchiesta sull’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo è stato negato il programma di protezione, ha contribuito comunque a dare una svolta alle indagini sul movente del delitto.
E lo ha fatto – come ha spiegato ieri uno dei suoi legalil l’avvocato Sergio Mazzone (che lo difende con Michele Avino) – al di là di ogni «reticenza» e di qualunque «inattendibilità» gli possa essere stata attribuita persino dal più alto organo della giustizia.
Anche perché se la Cassazione lo ha ritenuto tale, lo ha fatto solo in riferimento al coinvolgimento del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, prosciolto dallo stesso gup Giovanni Rossi per gli stessi motivi esposti dalla Suprema Corte e che, il prossimo 19 giugno, dovrà decidere se condannare Ridosso a sette anni e quattro mesi – come ha chiesto il pm Elena Guarino – o riconoscergli anche le attenuanti generiche, come ha richiesto il suo stesso difensore.
Del resto emerge chiaramente dalle carte di inchiesta che Romolo Ridosso ha ammesso di essersi dichiarato disponibile a gambizzare Vassallo (dietro compenso di 50mila euro) ma non di ucciderlo, come invece è stato fatto la sera del 5 settembre 2010. E se l’ex pentito ha impiegato 19 interrogatori per dare la sua versione sarebbe stato solo per paura di Raffaele Maurelli (l’imprenditore in odore di camorra deceduto qualche anno fa) e del presunto coinvolgimento di carabinieri.

