Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo davanti casa di Sigfrido Ranucci si proclama innocente.
Il conduttore di Report dal suo canto è talmente meravigliato da far fatica a credere che un «amico» dietro l’ordigno fatto esplodere il 16 ottobre scorso a Pomezia.
Eppure dalle indagini della Dda di Roma sta emergendo un quadro che vede nell’ex «amico» di Berlusconi – poi diventato suo «estorsore» nella vicenda del giro di ragazze gestito dal pugliese Gianpaolo Tarantino – il perno principale intorno a cui ruota tutta l’inchiesta che mira a scoprire chi ha voluto che quella sera di autunno un ordigno di «gelatina di cava» esplodesse a via Po qualche minuto dopo che la figlia di Ranucci fosse entrata in casa.
Perquisito tre giorni fa dai carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati, che gli hanno sequestrato cellulari, pc e hard disk, l’imprenditore di origini napoletane è accusato di strage.
Per il procuratore Francesco Lo Voi e il pm Carlo Villani (ora sostituito dal collega Edoardo De Santis), l’ex giornalista avrebbe dato mandato ad un collaboratore del ristorante “Cefalù Bistrò di pesce” (che gestisce a Monteverde) di «individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione del giornalista».
Clesio Tavares Gomes: è questo il nome del collaboratore di origini camerunensi di Lavitola che avrebbe fatto da intermediario con i campani Pellegrino D’Avino – «a cui – scrivono i magistrati – era legato da un rapporto di amicizia» – e la sua compagna Marika De Filippis che, dieci giorni prima dell’attentato in via Po, avrebbero fatto un sopralluogo davanti casa di Ranucci.
Ma dalle analisi delle celle telefoniche si è scoperto che quello del 10 ottobre non è stato l’unico sopralluogo fatto prima dell’attentato.
Il 16 settembre scorso gli inquirenti hanno accertato che anche i cellulari del faccendiere (noto in passato anche per i suoi affari poco chiari a Panama) e di Gomes hanno attaccato le celle vicine all’abitazione di Ranucci.
Gomes – aggiungono gli inquirenti – avrebbe fornito ai coindagati anche la sua auto (una Renault Megane) per effettuare il sopralluogo.
Poi, ad attentato avvenuto, lo stesso Lavitola si sarebbe preoccupato di far partire Gomes per il Camerun, da cui non è ancora tornato: circostanza che avrebbe fatto arrabbiare molto la sua compagna.
Se le celle telefoniche hanno ricostruito i movimenti degli indagati, sarebbero state le intercettazioni a portare gli inquirenti sulle tracce di Lavitola. Sarebbe stata infatti prima la sua compagna, Gelsomina Tuorto, a lamentarsi della lunga permanenza all’estero di Gomes. Con chi? Probabilmente con qualcuno dei quattro arrestati in Campania e considerati gli esecutori materiali dell’attentato. E, in un secondo momento, sarebbe stato lo stesso Pellegrino D’Avino che intercettato al telefono con il suocero avrebbe chiesto a quest’ultimo di «avvisare Gomes affinché avvisasse quell’altro».
Concetto che avrebbe ribadito anche durante l’esecuzione della misura cautelare della scorsa settimana che ha riguardato anche suo padre biologico Antonio Passariello e Saverio Mutone: coloro cioè che avrebbero piazzato l’ordigno esplosivo.
La lista degli indagati dunque si allunga ma non è detto che sia chiusa. Nel decreto di perquisizione si legge chiaramente che i sequestri all’ex giornalista sono stati eseguiti «al fine di ricercare ulteriori riscontri a contatti tra Lavitola ed eventuali altri non ancora identificati coinvolti nell’attività criminosa».

