Nel Nolano sono conosciuti come persone che vivono ai margini della legalità ma anche della società. Gente conosciuta ma tenuta alla larga, perciò la loro vita – criminale e non – si svolgeva sempre e solo in famiglia. Sarà per questo che i mandanti dell’attentato a Ranucci li hanno ingaggiati. Erano convinti forse che mai nessuno di loro avrebbe parlato in giro dei loro affari criminali. Ma si sbagliavano.
L’ultima conversazione in cui Antonio Passariello e Luca Amato (indagato) si vantavano dell’ordigno posizionato davanti il cancello dell’abitazione del giornalista d’inchiesta risale al 2 giugno scorso.
In Italia si festeggiano gli 80 anni della Repubblica, mentre Passariello ed Amato chiedono ad una tale Federica di cercare online notizie sulle indagini relative all’attentato. Il primo se ne attribuisce la paternità, schernendo anche i giornalisti che avevano riferito che nel momento in cui era stato posizionando l’ordigno stava rientrando in casa la figlia di Ranucci. «Ma non è vero – aggiunge Amato – perché lo zio (riferendosi a Passariello; ndr) stava là da due o tre ore“.
Sarà Amato a mostrare un video pubblicato su Raiplay alla donna. Guardano il video, ridono e poi Amato commenta: «Una bomba telecomandata!» e Passariello incalza compiaciuto «Facciamo la storia».
La ragazza si mostra spaventata, ma i due continuano a pavoneggiarsi scherzando anche sull’ipotesi che al massino «sono venti anni (di galera; ndr)». E quando la ragazza chiede «Che c’era? Perché avete buttato…?», Passariello risponde «Mi contattò uno.. lo sai com’è..quando vai a Roma e ti fai una bella romana».
Eppure appena due mesi prima contattava il capo dell’organizzazione dello spaccio di droga, con cui qualche settimana prima si era mostrato indiffente rispetto alla preoccupazione del presunto boss sull’ampliamento delle indagini anche a suo carico – «Non me frega proprio niente del giornalista» diceva – per confessargli il suo coinvolgimento nell’attentato e chiedergli il «piacere» di «andare a prendere» il proprietario della concessionaria dove avevano noleggiato la Fiat 500. «Ha messo in giro questa storia, che sono andato ad uccidere qualcuno…che faccio il killer» e continua dicendo che «a farmi arrestare non mi faccio arrestare ma ad uccidere mi faccio uccidere».
È talmente impaurito Passariello che dice «vorrei andare direttamente là e buttare all’aria tutto. Io gli do fuoco in macchina, capito?».
Due giorni dopo la conversazione con il presunto boss della droga, sarà suo figlio Pellegrino D’Avino a rassicurarlo perché ha preso contatti con «quello» che si sarebbe offerto di garantire un allontanamento temporaneo di Passariello. In Spagna, Austria o Francia.
«Ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta», gli comunica il figlio. «Anche 200 euro al giorno», dice promettendogli che dopo un paio di settimane avrebbe fatto ritorno ad Avella. Frattanto però avrebbe dovuto disfarsi del cellulare.
In un primo momento Passariello aveva scelto di andare in Spagna, ma poi cambia idea e così il mandante gli suggerisce una seconda strategia: dire aveva piazzato l’ordigno per conto di un albanese conosciuto a Ostia tre giorni prima per affari di narcotraffico, che gli aveva dato tremila euro come contropartita, ma che lui non conosceva chi fosse l’obiettivo.
«Se veramente quelli ti acchiappano devi dire – riferiva D’Avino – questo albanese davanti a me mi ha detto che doveva recuperare i soldi. L’albanese doveva recuperare i soldi e mi ha dato una botticella e l’abbiamo fatto spaventare».

