Se c’è qualcosa che non torna nella ricostruzione della lite che ha portato Radhi Rahmouni “Amed” ad uccidere Luigi “Luca” Esposito deriverebbe anche dalla difficoltà incontrata dall’interprete di cui si è avvalsa la procura di Salerno durante l’interrogatorio reso qualche ora dopo la cattura del tunisino.
Davanti al pubblico ministero Alessandro Di Vico, l’interprete avrebbe tradotto le parole del tunisino riportando la sua reale intenzione di uccidere il giornalista sportivo. Ma due giorni dopo, davanti al gip Giandomenico D’Agostino, la traduzione dell’interprete avrebbe dato una traduzione completamente opposta alla prima: «Non volevo ucciderlo».
Il gip che lunedì scorso ha convalidato l’arresto e confermato il capo di imputazione – omicidio aggravato dalla crudeltà – ritenendo che ci fosse stata pure la premeditazione. Il giudice ha cioè considerato più veritiera la prima traduzione rispetto alla seconda.
Sicuramente i risultati investigativi lo avranno portato a confutare l’ipotesi della premeditazione, ma restando sul piano della traduzione letterale qualcosa di certo continua a non tornare.
Amed parla solo la lingua araba, ma ogni idioma varia a seconda delle diverse regioni di provenienza. L’interprete che ha assistito il tunisino sembra non conoscesse perfettamente quel tipo di lingua. Dunque è probabile che qualche termine sia stato travisato e, di conseguenza, la traduzione non sarebbe stata perfettamente in linea con le parole dell’assassino reo confesso.
Ecco perché ieri, quando la procura guidata da Raffaele Cantone ha conferito incarico per procedere all’accertamento tecnico sui telefoni della vittima (tra cui quello che “Luca” Esposito usava di recente e che è stato ritrovato nel casolare abbandonato di Santa Cecilia ad Eboli dove “Amed” si è nascosto per una settimana dopo il delitto), l’avvocato Annalisa Califano (che rappresenta le sorelle del giornalista) ha chiesto la nomina di un interprete di lingua araba per l’analisi delle chat dell’indagato da cui potrebbero emergere particolati investigativi importanti per fare chiarezza sul tipo di rapporto che intercorreva tra il carnefice e la vittima anche e soprattutto prima che la loro amicizia sfociasse in un atroce omicidio.
Di fronte alla necessità di utilizzare un interprete, sia da parte della procura che del difensore della famiglia della vittima, emerge con chiarezza che “Amed” non conoscesse affatto l’italiano. Il dubbio a questo punto é: come comunicavano Luigi Esposito e Ridha Rahmouni? Quale linguaggio hanno usato per darsi appuntamento in quella zona di campagna dove di notte le aziende agricole e bufaline chiudono per lasciare posto a spaccio di droga e prostituzione di ogni genere?
Le prime risposte a queste domande potrà fornirle certamente l’Iphone 18 di “Luca” che è già al vaglio degli inquirenti in attesa che venga creata successivamente una copia forense. Ma ciò non accadrò prima di 120 giorni: quattro mesi sembra sia il tempo chiesto dalla polizia giudiziaria per espletare gli accertamenti del caso.
Quattro mesi in cui Ridha Rahmouni resterà certamente nel carcere di Fuorni, dal momento che il suo difensore – l’avvocato Giovanni Mauri – sta ancora riflettendo sull’eventualità di adire il Tribunale del Riesame per chiedere anche solo la derubricazione del capo di imputazione.
Intanto, al momento non è stata disposta la restituzione della salma di “Luca”, ma molto probabilmente se ne parlerà a fine mese.

