Scavare nella vita privata di Luigi “Luca” Esposito non è facile. Doppio nome, di cui uno (Luca) non risulta registrato all’anagrafe. Doppio lavoro: giornalista sportivo e funzionario dell’Arpac, di cui l’ultimo è stato immediatamente smentito dalla stessa Agenzia per l’ambiente. Una fedina al dito che lasciava intendere una relazione che in realtà non ha mai avuto. Ed infine un doppio telefonino, oltre all’IPhone 18 su cui gli inquirenti stanno concentrando le ricerche per conoscere maggiori dettagli di un uomo che appariva essere tutto il contrario il tutto.
Un’ambiguità che la procura di Salerno, guidata da Raffaele Cantone, sta cercando di squarciare pur rispettando l’onore e la memoria di un uomo di 53 anni che è stato barbaramente massacrato di botte prima di essere dato alle fiamme quando non era ancora clinicamente morto. Al punto che l’esame autoptico ha rivelato tracce di fumo nei suoi polmoni, a dimostrazione che Luigi “Luca” ha inalato – sebbene incosciente – la fumana del suo stesso rogo.
Con chi doveva incontrarsi Luca sabato notte in quelle strade di campagna buie e desolate? Attraversate a sera tarda solo da chi per raggiungere Paestum vuole evitare il traffico della Statale 18?
La risposta sarà certamente nei cellulari di Luca. Forse anche in quei dispositivi che il giornalista sportivo non usava più, anche se pare che comunque disponesse di due apparecchi che spesso dimenticava anche a casa.
Dunque le domande che gli inquirenti si stanno ponendo da giorni sono le seguenti: chi era veramente Luigi Esposito? E chi era invece Luca Esposito? E quanto avrebbero potuto influire le frequentazioni di Luca sulla tragica fine a cui è stato condannato Luigi?
Frequentazioni di cui evidentemente l’uomo dal doppio nome non ha mai fatto cenno né ai colleghi né all’amica Mary Esposito, una delle prime persone ad essere ascoltata dagli inquirenti subito dopo l’omicidio e che forse avrebbe potuto rivelare elementi fondamentali che hanno spinto sempre di più il pm Alessandro Di Vico ad indagare nella vita e nelle relazioni private e segrete della vittima. Perché, nonostante lo stretto riserbo mantenuto dalla procura di Cantone sulla vicenda, appare chiaro che le indagini da subito si sono concentrate sulla vita privata dell’uomo.
Il movente però non è ancora chiaro. Un tentativo di rapina dopo l’incontro con gli assassini? Una lite scoppiata per eventuali accordi non rispettati tra vittima e carnefici? Oppure la minaccia di smascherare un segreto che doveva rimanere tale?

