È venuto ad Acerra per realizzare un desiderio di Papa Francesco ma soprattutto per «raccogliere le lacrime di chi ha perso persone care, uccise dall’inquinamento ambientale procurato da persone e organizzazioni senza scrupoli, che per troppo tempo hanno potuto agire impunemente» a causa di «un concentrato di interessi oscuri».
Leone XIV dice quello che in decenni nessuna istituzione o studio scientifico ha mai avuto il coraggio di dire.
Nella Cattedrale di Santa Maria Assunta ascolta i nomi delle 150 giovani vite spezzate negli ultimi trenta anni dalla voce del vescovo Antonio Di Donna. Poi prende la parola e guarda diritto negli occhi i trecento familiari delle vittime dell’inquinamento ambientale e ringrazia «chi ha risposto al male col bene» ed elogia «una Chiesa che ha saputo usare la denuncia e la profezia per radunare il popolo nella speranza».
Dodici mila i fedeli che alle 8.30 hanno accolto il Pontefice lunga la strada che dal campo sportivo “Arcoleo” (dove alle 8.50 è atterrato con il suo elicottero) lo ha portato in Duomo dove ad accoglierlo c’erano i vescovi e i sacerdoti campani.
«Questa terra anticamente era chiamata Campania felix, perché capace di incantare per la sua fecondità, i suoi prodotti e la sua cultura, come un inno alla vita. Eppure, ecco la morte, della terra e degli uomini – ha detto nel suo primo discorso -. Soffriamo per la devastazione che ha compromesso un meraviglioso ecosistema. Di fronte a questa realtà ci possono essere due atteggiamenti: l’indifferenza o la responsabilità. Voi avete scelto la responsabilità e, con l’aiuto di Dio, avete iniziato un cammino di impegno e di ricerca della giustizia».
Eppure, come insegna l’Enciclica “Laudato si”, anche quando «sembra che non ci sia una via d’uscita» è necessario sperare che «un domani diverso sia possibile». Un domani in cui non ci sarà «più fuoco che distrugge, ma fuoco che ravviva e riscalda», riferendosi ai roghi che – dopo gli sversamenti illeciti – negli ultimi anni continuano a massacrare «questa terra» che «ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti».
Ecco perché è necessario stringere un nuovo patto in cui va «scardinata una cultura del privilegio, della prepotenza, del non rendere conto, che troppo male ha fatto a questa terra, come a molte altre regioni dell’Italia e del mondo» e dove ognuno deve assumersi le proprie responsabilità.
«Scegliamo la giustizia, serviamo la vita», è il monito di Leone che ricorda come «il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano» perché «la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà».
La vita ad Acerra è rappresentata da tutte le associazioni ambientaliste che il Papa ringrazia anche nel secondo discorso in piazza Calipari di fronte ai sindaci dei 90 Comuni della Terra dei Fuochi: «quei pionieri – dice – che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento».
Saranno loro, insieme alla Chiesa e ai cittadini a formare quell’ «esercito di pace che si alza in piedi e guarisce le ferite di questa terra e delle sue comunità», che insegnerà ai propri figli che bisogna «essere ricchi diversamente» cioè prestando più attenzione al territorio, all’accoglienza e alle relazioni. Perché «Nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza». E ieri Acerra era davvero bella.

