Un accertamento nella banca dati SDI (delle forze dell’ordine), costava 25 euro, mentre in quella dell’Inps il prezzo variava tra i sei e gli undici euro a seconda del tipo di informazioni che si chiedevano. Idem per l’accesso alla banca dati dell’Agenzia delle Entrate o delle Poste. Per un giro d’affari che appare plurimilionario e che per il momento ha portato al sequestro di beni per un valore di 1,3 milioni di euro.
Ottantanove indagati, due poliziotti campani corrotti e uno romano, dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, dell’Inps e delle Poste coinvolti, quattro persone finite in carcere, sei ai domiciliari e 19 costrette all’obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Infine c’è anche un finanziere già coinvolto nell’inchiesta di Milano che ha travolto la società Equilize, in quanto all’epoca prestava servizio come appuntato scelto alla Direzione investigativa antimafia di Lecce ed ora è indagato per consultazione abusiva perché avrebbe effettuato solo un unico accesso.
C’è tutto questo nell’inchiesta coordinata dalla procura di Napoli, guidata da Nicola Gratteri, che ha svelato un’associazione a delinquere finalizzata alla compravendita di dati a Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano e che presenta molti legami con l’indagine milanese.
Gli accessi abusivi
Settecentotrentamila accessi in soli due alle banche dati riservate eseguiti da due agenti infedeli, 600mila uno e 130mila l’altro, nessuno dei quali giustificato da esigenze di servizi. Ma il Centro Operativo per la Sicurezza Cibernetica Postale e delle Comunicazioni Campania Basilicata e Molise, con cui ha lavorato la squadra mobile di Napoli e la Procura partenopea, stima che ne siano stati effettuati circa un milione e mezzo. Ed è proprio da «massivo accesso» che, come ha spiegato il coordinatore della pool cyber-crime della Procura partenopea, Vincenzo Piscitelli, «è partita l’indagine».
Le vittime
Calciatori, attori, cantanti, imprenditori e gente dello spettacolo dei quali si chiedevano casellari giudiziali, situazioni patrimoniali e contributive. «Esfiltravano dalle banche dati informazioni riservate per rivenderle» ha detto il procuratore Gratteri, specificando l’esistenza di «almeno dieci società, anche dislocate al Nord, anche in Emilia, che continuamente compulsavano, richiedevano quasi quotidianamente informazioni» per un lavoro che ha definito «frenetico» ma anche redditizio dal momento che è stato trovato anche un tariffario per le prestazioni illecite.
Il file Excel
Durante una perquisizione è stato ritrovato un file Excel con il tariffario stabilito dagli agenti infedeli per ogni tipo di informazione richiesta. Accanto ai dati anagrafici della vittima (completamente ignara di tutto) c’era la somma di denaro richiesta ed il tipo di informazione da rubare.
Oltre al file, alla vigilia della maxi operazione, è stato sequestrato anche un server che gli inquirenti ritengono molto importante ai fini delle indagini dal momento che «all’interno – ha aggiunto Gratteri – pensiamo possa esserci più di un milione di dati conservati. Adesso deve essere sviscerato e sviluppato per capire chi è stato interessato e a che livello è stato interessato perché ci saranno, a questo punto, pensiamo, migliaia di parti offese».
Le agenzie private
A corrompere gli indagati erano agenzie di investigazioni private che pagavano poliziotti e dipendenti infedeli per ottenere le informazioni per poi probabilmente ricattare le vittime o rivenderle ad altri. L’inchiesta continua.

