Intubato con gli occhi sbarrati, il volto tumefatto e la testa fasciata. La foto di Paolo Piccolo, il ragazzo di Barra di 26 anni morto lo scorso ottobre – dopo un anno dal pestaggio subito nel carcere di Bellizzi Irpino la sera del 22 ottobre 2024 da dieci detenuti, campeggia su un manifesto affisso al cancello del Tribunale di Avellino, dove ieri è cominciato il processo per omicidio.
Alla sbarra ci sono tutti e dieci i detenuti che quella sera lo hanno massacrato di botte. Compresi coloro che, subito dopo il pestaggio, scelsero di essere giudicati con il rito abbreviato rimediando una condanna a dieci anni.
Ma dalla morte di Paolo, la Procura di Avellino ha aperto un nuovo fascicolo e cambiato il capo di imputazione da tentato omicidio ad omicidio aggravato dalla crudeltà. Nel decreto d giudizio immediato firmato dal gip Lucio Galeota e notificato a metà gennaio si legge che il pestaggio «era diretto in modo non equivoco a cagionarne la morte».
È questa l’unica soddisfazione espressa dai legali della famiglia di Paolo «perché – spiega l’avvocato Elenza Manzi insieme ai colleghi Costantino Cardiello ed Antonio De Simone – sono a giudizio anche coloro che erano stati giudicati con il rito abbreviato per tentato omicidio».
Il processo, che doveva cominciare ieri, è stato rinviato al 17 giugno proprio per consentire la notifica del nuovo capo di imputazione ai difensori dei tre detenuti già condannati con il rito abbreviato. Per loro è stata fissata l’udienza preliminare dinanzi al gup, prima del rinvio a giudizio e dell’annessione al procedimento principale.
Ma c’è un secondo aspetto che non convince i familiari di Paolo: al banco degli imputati mancherebbero gli agenti della polizia penitenziaria che non sarebbero riusciti ad impedire che i dieci detenuti entrassero nella cella di Paolo e lo riempissero di botte.
«Devono pagare anche gli agenti – tuona la zia di Paolo – perché se fossero intervenuti non sarebbe successo quello che è successo. Per me è stato tutto premeditato e noi non ci arrenderemo finché non finiranno a processo anche loro».
Però la ricostruzione riportata negli atti di inchiesta su cosa accadde quella sera nel carcere di Bellizi Irpino racconta di tre detenuti che, armati di bastoni ed oggetti contundenti, entrarono nel box riservato alla polizia penitenziaria. Minacciarono di morte due agenti: uno lo costrinsero a consegnargli le chiavi e a salire al piano dove si trovava la cella di Paolo mentre il collega fu immobilizzato nel box.
A quel punto i tre sarebbero saliti al piano superiore e una volta entrati nella cella di Paolo insieme ad altri sette detenuti lo colpirono più volte alla testa con i piedi di ferro delle brande davanti allo sguardo terrorizzato del suo compagno di cella. Poi trascinarono il suo corpo ormai inerme lungo il corridoio senza mai smettere però di inveire su di lui.
Paolo, con il cranio già fracassato per metà, fu costretto a subire altre torture perché, non soddisfatti, gli strappano i denti con una pinza e gli mutilano le orecchie. Sarà il compagno di cella di Paolo a portarlo in braccio nell’infermeria quando il branco lo lascia a terra pieno di sangue credendo che sia morto.
Portato all’ospedale di Avellino sarà intubato. Respira ancora ma le sue condizioni sono gravissime: ha il cranio sfondato ed è impossibile intervenire chirurgicamente. Morirà un anno dopo.
Intanto la Procura individua in una resa dei conti il movente del massacro, ma la famiglia di Paolo non ci crede.

