Antonio Vassallo: “Difficile trovare il senso logico di questa giustizia”

Amarezza. sconforto, delusione, tristezza incredulità e tanta compostezza. Perché ci vuole sangue freddo a non esplodere di rabbia di fronte ad una verità che si pensava di aver trovato dopo quattordici anni di indagini e che, invece, sembra si stia allontanando sempre di più.

L’assoluzione di Romolo Ridosso è la seconda tegola, dopo il proscioglimento di Fabio Cagnazzo, che si abbatte come un fulmine sulla famiglia Vassallo.

«Con tutto il rispetto per la giustizia italiana ma io credo che oggi c’è stato qualcosa che non ha funzionato»: Antonio Vassallo conclude così una lunga intervista rilasciata ai giornalisti che lo attendevano all’uscita della Cittadella Giudiziaria.

Ha il volto segnato dalla fatica di chi è costretto a reggere un peso troppo grande da troppi anni e che, più passa il tempo, più si susseguono le udienze e le sentenze, più si ingrossa di dolore. Eppure il figlio del sindaco ammazzato – senza ancora un colpevole e un motivo accertato – si offre alla telecamere con la sincerità di chi sa che «su suggerimento dei miei avvocati dovrei naturalmente dire di avere fiducia nella giustizia, ma – ammette – la verità è che io sono molto amareggiato e lo sono dal principio, perché dal mancato rinvio a giudizio di Cagnazzo abbiamo capito che le cose non stavano andando come noi speravamo».

Antonio conosce bene le carte d’inchiesta, le ha lette e studiate tutte. Anche le dichiarazioni di Ridosso «da cui – aggiunge – si evince bene quando mente e quando non mente». Ci sono le parole di uno dei difensori dell’aspirante collaboratore di giustizia – «che lo dichiara colpevole, doveva gambizzare papà era presenta lì ad Acciaroli» – e la testimonianza della sua compagna – «abbiamo ammazzato un pescatore», ecco perché «non riesco a capire bene di cosa c’è bisogno per condannare una persona».

Antonio difende a denti stretti l’impianto accusatorio. «La ricostruzione della Procura è chiara – dice – ci sono le risposte a tutte le domande» ed ora invece è cambiato tutto. «Prima si rinviano a giudizio Cipriano e Cioffi – usa la parola condannati ma non fa in tempo a correggersi – che sono collegati a Cagnazzo e Ridosso. Poi esce Cagnazzo e dopo anche Ridosso. Non riesco proprio a trovare il senso logico» e continua ricordando l’ammissione di parte civile di Bruno Damiani, il brasiliano su cui il colonnello dei carabinieri Cagnazzo aveva da subito indirizzato le indagini: per la Procura era depistaggio, per il Riesame di Salerno il dubbio di un favoreggiamento ormai prescritto.

Dall’amarezza di Antonio a quella di Dario Vassallo: lo stesso sbigottimento, la stessa rassegnazione nei confronti di quattordici anni di indagini «di lavoro della Procura, di milioni di euro spesi dai contribuenti e oggi – afferma – un giudice pronuncia la parola “assolto”. Se lo aspettava?

«Dopo il proscioglimento di Cagnazzo – dice il fratello di Angelo – avevamo ipotizzato con mio fratello (Massimo; ndr) che ci sarebbe stata una sentenza di tal genere e così è stato: c’è un controsenso totale in quello che sta accadendo in questo processo». Un controsenso che lo porta a non riporre alcuna speranza nel dibattimento che comincerà a luglio nei confronti di Cioffi e Cipriano.

«Ho impiegato sedici anni della mia vita per questo processo – conclude – sedici anni che sono stati butatti al vento da un giudice che assolve un imputato il cui avvocato ne chiedeva la condanna. C’è qualcosa che non quadra: o sono matto io oppure in questo Paese c’è qualcosa che io non riesco a capire. Purtroppo è così: prendiamo atto».

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