Omicidio Vassallo, Antonio: “Fermarsi prima del processo significa non cercare la verità su mio padre”

«Ho letto le motivazioni del giudice sul proscioglimento di Cagnazzo e sono ancora più perplesso di prima».
Antonio Vassallo, il figlio di Angelo, da sedici anni cerca la verità sull’omicidio di suo padre. Ha partecipato a tutte le udienze preliminari ed era in aula quando ha sentito il gup Giovanni Rossi pronunciare la sentenza di non luogo a procedere nei confronti del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo.

Antonio, perché è più perplesso di prima?
«Perché ritengo che la versione di Ridosso sia attendibile ed è normale che gli si ritorce contro nel momento in cui dice tutt’altro. Ma ci sono tanti altri motivi per cui ci doveva essere il rinvio a giudizio di Cagnazzo».

Quali?
«C’è il capitolo telecamere, prelevate il 6 settembre e riconsegnate in forma di fotogrammi senza data e ora. Poi l’indicazione del Brasiliano (Bruno Damiani; ndr) come possibile assassino perché qualcuno avrebbe detto in giro di averlo visto litigare con papà qualche giorno prima dell’omicidio: non è assolutamente vero. Ma c’è anche la questione relativa alle cicche di sigaretta. Più persone, compreso un maresciallo dei carabinieri della stazione di Pollica, vede Cagnazzo prendere delle cicche di sigarette e metterle in un pacchetto. Leggendo gli atti della Procura, noi non sappiamo queste cicche dove siano andate a finire, però sappiamo da Vincenzo Amendola che stava lì a fumare, vicino alla macchina dove hanno trovato papà, che Cagnazzo gli prende la sigaretta, la fuma e la butta a terra: era la scena del delitto, tanto per capirci. Inoltre il caso del carabiniere che ha sentito gli spari, che doveva essere sentito in caserma sempre il 6 settembre ma il suo interrogatorio viene rinviato perché in caserma c’è confusione. Allora cosa fa Cagnazzo? Va a casa sua il giorno dopo per chiedergli se aveva sentito qualcosa ma chiede a Giovanni Palladino e mio cugino Andrea, che erano lì, di allontanarsi. Qual era questo grande segreto di Stato che loro non potevano ascoltare?».

Il Riesame ha detto che Cagnazzo ha agito per foga investigativa. Lei che pensa?
«Con tutto il rispetto per i giudici, non credo che si sia trattato di foga investigativa. La foga investigativa ti può portare a commettere un errore, ma qua non stiamo parlando di un errore bensì di decine di cose compiute da un ufficiale dei carabinieri, che ha comunque un alto grado, in maniera davvero molto assurda».

Prima del Riesame è stata la Cassazione a smontare i gravi indizi di colpevolezza.
«Anche la Cassazione si è fermata solo sulle dichiarazioni di Ridosso, ritendole inattendibili. Facciamo finta che sia così, anche se io non ritengo sia giusto, ma tutti gli altri elementi? Per quale motivo un ufficiale dei carabinieri di alto grado avrebbe dovuto compiere tutti questi errori? Sono tutte domande che potevano trovare risposta solo in dibattimento. Uno dei difensori di Cagnazzo, l’avvocato Criscuolo, disse in aula: “Io vorrei andare a dibattimento proprio per dimostrare l’innocenza del mio assistito”. Perché il giudice non l’ha fatto? Perché non ci ha concesso la possibilità di poter approfondire queste domande e avere le risposte? Questa cosa non riesco proprio a capirla e a superarla e ciò che mi fa molto male è che a parlare è solo il figlio, il fratello e pochissime altre persone. Eppure queste sono cose che fanno pensare ed io, con tutto il rispetto per la giustizia, non riesco a capire come sia potuto succedere».

Si può dire che il suo non è un accanimento nei confronti di una persona in particolare, ma è proprio un bisogno di ricevere risposte ai suoi dubbi?
«Una cosa che mi è rimasta impressa, e non è rimasta impressa solo a me ma anche a mio zio e mia mamma, è che, quando abbiamo sentito le parole del giudice sul proscioglimento, la reazione più sorpresa l’ha avuta l’avvocato Criscuolo perché non se l’aspettava neanche il suo difensore. Nessuno se lo aspettava perché fondamentalmente c’erano tutte le condizioni per andare a dibattimento ed approfondire queste vicende».

Anche il ruolo di Cagnazzo?
«Io non sto dicendo che lui è assolutamente colpevole, perché non posso dirlo e non sono in grado di dirlo, però dovevano approfondire e la cosa che più mi fa rabbia è non aver avuto la possibilità di poterle approfondire. Per quale motivo non sono state chiarite? Io su questo mi batto e su questo non riesco purtroppo ad avere fiducia nei confronti di quello che è successo».

La pm sta valutando di impugnare la sentenza di proscioglimento.
«Farà benissimo, perché farà giustamente quello che chiunque altro avrebbe dovuto fare. La dottoressa Guarino è assolutamente convinta che bisognava andare a dibattimento per approfondire questi fatti. Dopo tanti anni, dopo tanti errori della Procura di Salerno, che purtroppo ci sono stati soprattutto nella prima fase delle indagini, ora bisognava fare chiarezza. Bisognava dare risposta a tutte queste domande e la Guarino, se farà appello, farà solo la cosa giusta che chiunque altro avrebbe dovuto fare. E putroppo non riesco, con tutto il rispetto per tutti gli uffici giudiziari che hanno trattato il caso, ad essere d’accordo sulla decisione del giudice Rossi».

Nelle motivazioni il gup però ipotizza la possibilità che qualora dovessero emergere nuovi elementi indiziari, si riaprirebbero le indagini. La interpreta come una speranza per cercare di arrivare alla verità? E a scoprire gli esecutori materiali dell’omicidio di suo padre?
«Io ritengo di sì, ma è normale che, dopo 16 anni, è difficile trovare altri elementi. Non penso che ad oggi possa succedere chissà che cosa, ma certamente si poteva lavorare sugli elementi che aveva a disposizione la Procura e su tutto quello che è stato prodotto in questi anni di indagini. E’ vero purtroppo non ci sta la pistola, e non ci sta una certezza altrimenti, magari, le avremmo avute già in carcere queste persone. E purtroppo c’è anche un altro problema: non hanno trovato un grammo di droga».

Ecco la droga, il movente del delitto, dagli atti di indagine non emergono riscontri. Come mai?
«Perché chi all’inizio aveva fornito delle dichiarazioni in merito non è stato creduto. Questa persona ha detto chiaramente dove era custodita la droga, ma – anche in questo caso – non è stata ritenuta attendibile».

Si riferisce a Luca Cillo?
«Sì. Neanche noi gli abbiamo creduto, ma noi chi eravamo per poter giudicare se aveva ragione o meno una persona che tirava in ballo un colonnello dei carabinieri?».

Anche perché lo ha detto due giorni dopo il delitto.
«Sì, poi è stato picchiato, ha avuto perquisizioni a casa e ha ritrattato tutto. Riesco anche a comprenderlo, ma io lavorerei su Luca Cillo perché sono sicuro che Cillo oggi è una risorsa importante e spero che lui un giorno potrà dire quello che veramente è successo, perché papà parlava con Luca ed erano amici. Per quale motivo Luca avrebbe dovuto mettere in mezzo una cosa del genere, per pura megalomania? No, assolutamente no. Gli si poteva ritorcere tutto contro, invece lui ha detto le cose che secondo me erano reali, cose che papà gli aveva detto. Però nessuno lo ha creduto. Dopo 16 anni non puoi andare a cercare la droga nel bungalow perché è stato tolto 20-30 giorni dopo. Però se volessimo trovare altre risorse perché non andiamo a prenderle da Cillo e da altre persone che potrebbero dire veramente la verità?

Anche Cillo come Ridosso ha negato per paura?
«Ne sono estremamente convinto. Ha avuto paura perché la sua ex compagna gli diceva di non mettersi in mezzo. Perché era solo e perché purtroppo non lo abbiamo creduto neanche noi. Dopo essere stato picchiato da Cagnazzo, negli atti di indagine viene fuori una cena pacificatoria tra i due così come emerge anche che, dopo questa cena, sia stato seguito da un carabiniere in borghese incaricato da Cagnazzo».

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