Nessuno aveva detto niente. Poi ieri, mentre alla Camera dei Deputati si votava il decreto sicurezza, a Castel Volturno è arrivata la notizia che Invitalia ha pubblicato un bando da 41 milioni per realizzare un Cpr pronto ad accogliere 120 migranti irregolari prima di essere rimpatriati.
È stata anche individuata la zona: il Centro di permanenza per il rimpatrio sarà realizzato in un’area di 63 ettari, a sud-ovest del centro storico del Comune e distante circa tre chilometri di distanza dalla statale 7 quater Domitiana, non molto lontano da un’area periferica già urbanizzata.
Il Governo aveva taciuto fino a ieri. Poi, complice forse la decisione della Corte europea sulla legittimità del Cpr in Albania, ha trovato il modo di pubblicizzare il nuovo intervento «che dimostra la presenza dello Stato – come ha detto il deputato di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano – in una realtà dove, purtroppo, la presenza di soggetti dediti ad attività illegali e di occupazioni abusive ha inciso profondamente sulla qualità della vita dei cittadini».
Parla di «tempi ormai maturi i tempi per dotare anche la Campania di un Cpr, e sottrarre dalle nostre città immigrati irregolari ritenuti pericolosi e garantire ai cittadini maggiore tutela, più controllo e più legalità» il leghista Giorgio Zinzi, replicando a muso duro alla «sinista che si oppone per ragioni puramente ideologiche».
Ma contro il Cpr di Castelvolturno ieri si è fatta sentire anche la voce della Chiesa. «Tale operazione è un’offesa per il territorio del litorale Domitio, molte volte mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate, e già da tempo marchiato dallo stigma del pregiudizio negativo verso chi vive quei luoghi ove è presente un’alta concentrazione di immigrati», ha dichiarato il vescovo di Capua e Caserta, monsignor Pietro Lagnese, che lunedì prossimo a Castel Volturno, nella fondazione Fernandez, terrà una conferenza stampa.
Alla contrarietà del vescovo si sono uniti anche l’associazione Libera e il comitato Don Diana, che definiscono i Cpr «luoghi di detenzione amministrativa in cui uomini, donne e bambini vengono privati della libertà personale non per aver commesso reati, ma unicamente per la loro condizione amministrativa» e sottolineano come questa scelta ricada su un territorio «già segnato da profonde fragilità sociali» dove «bisognerebbe investire in diritti, inclusione, lavoro e giustizia sociale e ambientale, non in nuove strutture detentive».
Castel Volturno non ha mai dimenticato il 18 settembre 2008, quando un commando del boss sanguinario dei Casalesi, Giuseppe Setola, aprì il fuoco uccidendo sei immigrati nigeriani e un cittadino italiano per una vendetta di camorra. E da allora, nell’immaginario collettivo, è stata sempre vista come terra di conquista tra la camorra italiana e quella nigeriana, o dove entrambe fanno affari insieme. Del resto il rudere abbandonato dell’ex Villaggio Coppola, confiscato e mai riqualificato, sembra essere ormai un peccato originale.
Eppure Castel Volturno negli anni è diventata anche il simbolo dell’inclusione e tanti sono i progetti e le attività gestite dai migranti che hanno scelto di vivere lì. Ma, come sostengono le associazioni che lottano contro le mafie, c’è ancora tanto da fare e realizzare lì un Cpr sarebbe marchiare di nuovo un territorio che da anni chiede un riscatto. E non solo sul fronte sociale.
Fino a ieri sera il sindaco Pasquale Marrandino, coinvolto di recente in varie inchieste giudiziarie, non aveva ancora commentato la notizia del futuro Cpr.

