Il porto, nel suo complesso, è senza dubbio la principale azienda della città di Salerno, ma questo non significa certo che sia esente da problemi. Ad iniziare dall’impatto degli eventi internazionali che stanno sconvolgendo rotte e traffici marittimi. Ne parliamo con Gerardo Arpino, segeratrio generale della Filt-Cgil di Salerno.
Come si traduce la crisi in atto nel Golfo Persico sull’attività del porto?
«Il contesto internazionale, segnato da conflitti, tensioni lungo le principali rotte commerciali e instabilità dei mercati energetici, ha inciso in maniera concreta anche sull’operatività del Porto di Salerno. Si è determinata una riorganizzazione dei traffici marittimi, con deviazioni e allungamenti delle rotte che hanno generato incertezza nella programmazione delle attività e nella continuità del lavoro; a ciò si aggiunge un aumento significativo dei costi logistici e assicurativi, che rischia di tradursi in una compressione dei margini a discapito delle condizioni contrattuali e salariali. Registriamo inoltre una crescente discontinuità nei flussi, con l’alternanza tra fasi di intensa attività e momenti di rallentamento, che rende più fragile l’equilibrio occupazionale e più complessa la gestione dei turni e della sicurezza, elemento che per noi resta non negoziabile, soprattutto in un contesto di maggiore pressione sui tempi e sulla produttività. Allo stesso tempo, va riconosciuto che lo scalo salernitano ha mostrato una capacità di adattamento importante, grazie alla diversificazione dei traffici, dalla componente container al ro-ro fino alle rinfuse, e alla sua flessibilità operativa, che gli ha consentito di mantenere una posizione competitiva nel sistema portuale. Tuttavia, questa resilienza non può essere data per scontata, né può sostituire una visione strategica. Per questo ribadiamo con forza la necessità di investimenti infrastrutturali mirati, di un rafforzamento delle politiche industriali legate alla portualità e alla logistica, di un pieno coinvolgimento delle parti sociali nei processi decisionali e di garanzie occupazionali».
In queste settimane tiene banco il confronto, a tratti aspro, sulla mancata erogazione del contributo ex art. 199 in favore dei lavoratori della Compagnia Portuale Flavio Gioia: come sindacato avete parlato di “errore clamoroso”, perché?
«Quando definiamo “clamoroso” l’errore nella mancata erogazione del contributo ex art. 199 lo facciamo sulla base di un dato semplice e verificabile: la norma nasce con una finalità chiara, cioè garantire una tutela reddituale ai lavoratori portuali nei casi di riduzione dell’attività o di situazioni straordinarie che incidono sull’operatività degli scali. Nel caso della Compagnia Portuale Flavio Gioia quella condizione si è manifestata in modo evidente e documentato, e proprio per questo riteniamo che i lavoratori rientrassero pienamente nel perimetro di applicazione della misura. L’errore che contestiamo non è quindi politico o interpretativo in senso astratto, ma concreto nell’applicazione della norma, perché si è arrivati a negare il beneficio sulla base di valutazioni che risultano eccessivamente restrittive e non coerenti né con il testo né con la ratio della disposizione, finendo così per svuotare la funzione stessa dell’articolo 199 e trasformare una misura di sostegno pensata per la tenuta occupazionale in un meccanismo che esclude proprio i lavoratori che dovrebbe proteggere. Tra i compiti istituzionali dell’AdSP rientra infatti il sostegno attivo al lavoro portuale, in particolare verso i prestatori di cui all’Articolo 17, che svolgono un servizio pubblico essenziale per la continuità operativa degli scali. L’Ente motiva il diniego sostenendo che nel 2025 vi sia stato un incremento di turni rispetto al 2024, ma questo è un errore di diritto madornale poiché il sostegno previsto dall’articolo 199 non è parametrato all’anno precedente, bensì deve essere confrontato con il periodo pre-COVID del 2019. Valutare la salute della Cooperativa sul solo biennio 2024/2025 significa ignorare il dettato normativo e la realtà dei traffici portuali, sconfessando lo stesso legislatore che ha previsto diverse misure e strumenti di supporto, prorogando i sostegni per il lavoro portuale addirittura per tutto il 2026».
Non c’è spazio di dialogo con Autorità di Sistema e con il presidente Cuccaro?
«Come Filt Cgil Salerno riteniamo che lo spazio di dialogo debba sempre esistere quando si parla di lavoro portuale e di diritti dei lavoratori, perché la gestione di uno scalo strategico non può prescindere dal confronto con chi garantisce quotidianamente la sua operatività. Proprio per questo, però, il dialogo deve poggiare su basi normative corrette e su valutazioni coerenti con la funzione stessa degli strumenti previsti dal legislatore, altrimenti rischia di perdere efficacia e di non rispondere alle reali esigenze del sistema portuale. In questa fase, le scelte assunte dall’Autorità di Sistema Portuale e dal Presidente Eliseo Cuccaro, in particolare sul ruolo e sulla funzione dell’Articolo 17, rappresentano a nostro avviso un cambio di impostazione che non valorizza la natura strategica di questo istituto. L’articolo 17 non è infatti un elemento accessorio del sistema portuale, ma uno strumento strutturale che garantisce flessibilità operativa, continuità dei servizi e soprattutto sicurezza nei porti. Mettere in discussione, anche indirettamente, la sua funzione attraverso interpretazioni restrittive dei meccanismi di sostegno significa indebolire un pilastro del modello organizzativo portuale italiano».

