Le mani dei clan sui porti, Campania a rischio

Snodi cruciali per l’economia i porti italiani sono sempre più spesso al centro degli interessi e dei traffici dei grandi gruppi criminali, al centro di una fitta rete di rapporti illeciti internazionali. In questo scenario i porti della Campania non fanno certamente eccezione, come confermano i dati contenuti nel rapporto “Diario di Bordo. Storie, dati e meccanismi delle proiezioni criminali nei porti italiani e oltre” elaborato dall’associazione Libera. Il quadro nazionale vede nel 2025 un aumento del 14% degli episodi di criminalità registrati all’interno dei porti italiani (38 quelli interessati), con il traffico di stupefacenti in cima alla lista: il 31.5% dei casi venuti alla luce è legato ai movimenti su rotte internazionali di carichi di droga.
In tutta Italia sono stati 71 gli scali marittimi – piccoli e grandi – al cui interno sono state registrate attività illecite, con ben 113 gruppi appartenenti alla criminalità organizzata coinvolti.
Nel corso del 2025 la Campania ha fatto registrare dati in controtendenza rispetto all’andamento nazionale: solo sette i casi di criminalità accertati, episodi che hanno interessato cinque porti della regione. Il calo, rispetto all’anno precedente, è stato del 41%.
Un dato certamente rilevante che, tuttavia, non può far passare in secondo piano il fatto che la Campania nel quadriennio 2022-2025 risulta essere la terza regione d’Italia – dopo Liguria e Sicilia – per incidenza delle attività criminali all’interno delle aree portuali, con 49 episodi accertati, pari al 9.9% dei casi nazionali. I porti di Napoli e Salerno detengono il poco tranquillizzante primato di essere quelli in cui si è concentrato il maggior numero di illeciti: ben 21 sui 49 complessivi registrati nel periodo in esame. Risultato che non può certo sorprendere, considerato che si tratta dei due principali scali marittimi della regione.
È interessante notare come tutti e quattro gli episodi riconducibili al traffico illecito di rifiuti venuti alla luce nel 2025, abbiamo interessato porti campani, in particolare quelli di Napoli e di Ischia. Nell’isola le indagini hanno portato anche al sequestro di una nave da trasporto, nell’ambito di una inchiesta su un presunto traffico illecito di rifiuti e merci pericolose, connesso anche alla gestione dei materiali derivanti da eventi emergenziali, quali il fango prodotto dall’alluvione del 2022 e i residui delle demolizioni di edifici danneggiati dal sisma del 2017.
Presso il porto di Napoli, invece, sono state sequestrate ben 370 tonnellate di scarti industriali destinate ad un’acciaieria turca: confusi tra i rottami destinati alla fusione c’erano anche rifiuti solidi urbani e rifiuti pericolosi illecitamente smaltiti. Il tutto accompagnato, ovviamente, da documentazione falsa, attestante inesistenti attività di trattamento o recupero.
Quanto alla presenza della criminalità organizzata nei porti campani, dall’analisi delle relazioni della Dna e della Dia emerge come, nell’arco di un trentennio, sia stata accertata la presenza di ben 14 clan con interessi illeciti e presenza all’interno di cinque scali marittimi della regione. Una presenza evidentemente strutturata e non certo episodica, considerato l’interesse dimostrato negli anni per i porti campani.
E non solo per quelli più grandi, al cui interno è possibile gestire con maggior facilità in particolare i movimenti legati al traffico internazionale di stupefacenti.
Uno degli aspetti maggiormente interessanti del rapporto di Libera è costituito, infatti, dal mettere in evidenza come la criminalità organizzata abbia esteso la propria attenzione ai porti più piccoli e a quelli con prevalente vocazione turistica. A spingere i clan in questa direzione, spiega il rapporto, «l’insieme delle economie — legali e illegali — che possono svilupparsi attorno alle infrastrutture portuali, rendendole spazi strategici per l’azione e l’adattamento delle organizzazioni criminali».

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