Ite Missa Est – Riconoscere la sua voce: da qui nasce la fede

Nel Vangelo di questa IV domenica di Pasqua (Gv 10,1-10), vi è custodita una vertigine: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Qui il mistero di Dio non si impone con la forza, ma si offre nella familiarità di una voce riconoscibile. La pecora non è tale perché debole o passiva, ma perché capace di ascoltare.
«Le pecore ascoltano la sua voce… e lo seguono, perché conoscono la sua voce». Il verbo ascoltare diventa il primo atto della fede. Non si tratta di udire un suono, ma di riconoscere una presenza. È l’esperienza di chi, tra mille rumori, distingue una voce familiare che chiama per nome. E qui si apre il dramma: esistono altre voci. «Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
L’uomo è esposto a parole che promettono, seducono, talvolta impongono. Il ladro e il brigante non entrano dalla porta: non passano per la relazione autentica, ma scavalcano, forzano, ingannano. Non chiamano per nome, non conoscono; usano. Gesù introduce allora un’immagine ancora più sorprendente: «Io sono la porta delle pecore». Non soltanto il Pastore; Egli è anche il passaggio. Entrare e uscire, trovare pascolo, vivere: tutto accade attraverso di Lui. La porta non è un ostacolo, ma una soglia. È il luogo in cui la libertà dell’uomo incontra l’offerta di Dio. Passare per quella porta significa accettare una relazione, lasciarsi conoscere e imparare a conoscere. In questo Vangelo, conoscere non è un atto intellettuale, ma un legame. Il Pastore conosce le sue pecore e le chiama per nome: c’è un’intimità che precede ogni risposta. La pecora diventa discepolo quando riconosce quella conoscenza, quando si lascia raggiungere da essa e risponde con fiducia. Senza questa familiarità, la fede si riduce a un’eco lontana, e l’uomo resta esposto alla voce degli estranei.
Infine, la promessa e l’avvertimento si uniscono: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Non tutte le guide conducono alla vita. Esistono pastori di morte, anche quando parlano con parole seducenti. Il criterio non è l’apparenza, ma il frutto: dove non c’è vita, non c’è il Pastore.
Resta allora una domanda decisiva: quale voce riconosciamo come familiare? Perché solo chi dimora in questa intimità — ascolta, è chiamato, conosce ed è conosciuto — può attraversare la porta e trovare la vita vera. E l’uomo, che teme di perdere se stesso, scopre invece che proprio lì, seguendo il Pastore, riceve in dono ciò che più desidera: una vita piena, abbondante, finalmente sua.

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