Castel Volturno trattiene il fiato. Mentre il bando di Invitalia per il Centro di permanenza per i rimpatri prende forma, un’intera comunità si interroga: stiamo davvero sacrificando un polmone verde per costruire una specie di carcere? Sessantatré ettari di Parco umido La Piana, gestiti dai Carabinieri per la biodiversità, rischiano di trasformarsi in una colata di cemento. È una zona di sosta per uccelli migratori, meta di appassionati dediti all’osservazione, riconoscimento e studio degli uccelli nel loro habitat naturale.
Oggi, quel patrimonio diventa il terreno su cui il governo vuole erigere una struttura di confinamento da centoventi posti. Quarantatré milioni di euro pubblici da spendere. Deroghe urbanistiche per accelerare i tempi. Nessuna valutazione preventiva d’impatto ambientale. La domanda brucia: perché proprio qui? Castel Volturno porta addosso le cicatrici di decenni di abusivismo, marginalità sociale, carenza cronica di servizi. Italiani e stranieri convivono nelle stesse difficoltà. Costruire un CPR in un’area naturalisticamente pregiata non appare come una risposta, ma come un’ulteriore ferita. Le parrocchie locali, le associazioni ambientaliste, i comitati di cittadini alzano la voce: fermate il bando, ascoltate il territorio. Non è solo una questione di accoglienza o sicurezza. È una scelta di civiltà: quale modello di sviluppo vogliamo per il litorale domizio?
I numeri raccontano un paradosso. I dieci CPR attivi in Italia, secondo i dati forniti dal Tavolo Asilo e Immigrazione aggiornati a dicembre 2025, hanno capienza per circa 700 persone ma ne ospitano meno di 550. Perché aggiungerne un altro, spendendo una fortuna, quando quelli esistenti non sono pieni? E perché farlo in deroga alle norme, cementificando un’area protetta?
Il sito de La Piana era entrato nel patrimonio demaniale dopo una transazione con il gruppo Coppola, gli stessi che edificarono il Villaggio Coppola. Oggi, quello stesso terreno pianeggiante, a tre chilometri dalla Domiziana, è nel mirino. La struttura prevista includerà moduli abitativi, videosorveglianza perimetrale, un’area esterna per i primi controlli della Polizia. Tutto blindato, tutto recintato. Tutto lontano da un’idea di integrazione che passi attraverso servizi, ascolto, inclusione reale. Proteggere la biodiversità non è un ostacolo alla sicurezza. È un dovere verso il futuro.

