Il Parlamento europeo ha deciso: è stata revocata l’immunità a Fulvio Martusciello. Salvo invece l’altro forzista Salvatore De Meo.
Il capodelegazione azzurro a Strasburgo è finito nell’inchiesta della Procura belga che indaga sul Huaweigate, che mira a far luce su presunte attività di lobbying illecite dell’azienda cinese all’interno delle stesse istituzioni europee.
La plenaria di Strasburgo ha così confermato la decisione della commissione Affari giuridici (Juri) che, il 3 giugno scorso, si era ugualmente espressa a favore della revoca delle guarentigie parlamentari per il coordinatore campano di Forza Italia: 344 i voti a favore della revoca, 234 i contrari e 25 gli astenuti.
Martusciello comunque ringrazia «tutti i colleghi che, leggendo gli atti, hanno votato a mio favore», ribadisce «quanto ho detto sin dal primo momento: sono estraneo ai fatti contestati» e afferma di rispettare «la scelta del Parlamento europeo che mi consentirà di poter chiarire quanto prima la mia posizione».
A questo punto, infatti, la Procura belga potrà avviare le indagini e, come ha spiegato qualche settimana fa l’avvocato Federico Conte che assiste l’ex europarlamentare campano Andrea Cozzolino a processo nel primo caso giudiziario di lobbing chiamato Qatargate, i magistrati belgi potranno compiere tutti gli atti che ritengono necessari alle indagini. Perciò, da fonti interne, circola la voce che Martusciello potrebbe chiedere di essere sentito dai procuratori che indagano sui suoi presunti legami con il colosso delle telecomunicazioni cinesi.
Poco si sa delle indagini se non che – come hanno riportato per primi i giornali Le Soir, Knack e Follow the Money a marzo scorso, l’inchiesta riguarderebbe più o meno quindici europarlamentari o ex europarlamentari e che, dal 2021 fino ad oggi, alcuni lobbisti di Huawei avrebbero provato «in modo regolare e molto discreto, presentati come [regolare] lobbismo» a corrompere parlamentari o funzionari europei con regali costosi, viaggi in Cina e denaro, per fare in modo che questi sostenessero misure favorevoli a Huawei al Parlamento europeo.
La notizia dell’inchiesta salta fuori quando il 13 marzo scorso la polizia belga perquisisce 21 edifici nelle regioni di Bruxelles, nelle Fiandre, in Vallonia e in Portogallo, arresta ed interroga diverse persone (ma non si capisce chi) presumibilmente accusate di corruzione, falso e riciclaggio di denaro.
Tra gli edifici perquisiti c’è anche la sede di Huawei a Bruxelles e due uffici del Parlamento europeo assegnati a vari assistenti di europarlamentari. Il quotidiano Politico scrisse che uno era quello di Adam Mouchtar, assistente dell’europarlamentare bulgaro Nikola Minchev (anche se Mouchtar ha negato ogni coinvolgimento in atti illeciti). L’altro ufficio invece era quello degli assistenti degli europarlamentari italiani azzurri Fulvio Martusciello e Marco Falcone.
Subito dopo, il colosso cinese affidò ad un comunicato stampa il commento sulle indagini dicendo che «Huawei ha una politica di tolleranza zero verso la corruzione o altri atti illeciti, e siamo determinati a rispettare tutte le leggi e i regolamenti in ogni occasione» e che era pronta a collaborare con i magistrati belgi.

