Golfo Persico, la diplomazia lavora mentre ci si prepara alla guerra

La crisi nel Golfo Persico resta sospesa – al momento – tra pace e guerra, da un lato con la trattativa diplomatica che prosegue a dispetto dei paletti posti da Teheran e Washington, dall’altro con un serrato confronto israelo-americano in vista della possibile ripresa dei combattimenti e con gli iraniani che hanno riattivato numerosi siti militari colpiti nelle settimane scorse.
Sul fronte diplomatico c’è da registrare il nuovo documento trasmesso dai mediatori pachistani all’amministrazione statunitense, una bozza di accordo in quattordici punti che, tuttavia, non sembra aver soddisfatto le attese della Casa Bianca. Per gli statunitensi, ancora una volta, è il dossier nucleare a rappresentare il punto critico, con la Repubblica Islamica che viene accusata di aver formulare proposte vaghe e, soprattutto, di rifiutare la consegna dell’uranio parzialmente arricchito.
Da parte iraniana l’atteggiamento statunitense viene giudicato eccessivamente rigido, mentre si insiste sulla richiesta di riparazioni per i danni di guerra e sullo sblocco dei fondi congelati nelle banche estere; fondi che gli Usa sarebbero disposti a sbloccare solo per il 25% del loro valore complessivo.
Per quel che riguarda il nucleare, Teheran avrebbe proposto di rinviare ad una fase successiva la discussione sul punto, rifiutando però sin da ora di trasferire all’estero – segnatamente negli Stati Uniti – i circa 400 chili di uranio arricchito al 60% di cui dispone. Quanto alla riapertura al traffico marittimo dello stretto di Hormuz – altra richiesta statunitense – gli iraniani si dicono disponibili, anche se a condizioni ben diverse rispetto al passato. Proprio nella giornata di ieri Teheran ha annunciato l’entrata in funzione dell’Autorità dello stretto del Golfo Persico, organismo costitutio ad inizio maggio ed incaricato di gestire il traffico navale attaverso Hormuz, quasi certamente attraverso la riscossione di diritti di transito.

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