Morto il giovane indiano abbandonato al Ruggi di Salerno

È morto la vigilia del giorno in cui l’Italia festeggia la Festa della Liberazione dal fascismo e dalla dittatura, ma non dallo sfruttamento, dall’omertà e dalle disuguaglianze sociali e la storia di Paul Neeraj, l’indiano abbandonato al Ruggi, ne è la prova.

Trentadue anni, lavorava in un’azienda bufalina della Piana del Sele. Sconosciuto a tutti fino a quando, il 14 aprile scorso, viene portato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno e abbandonato lì da un amico che, molto probabilmente, lavorava con lui o ne divideva l’abitazione. Le sue condizioni sono gravissime: ha entrambe le gambe in necrosi e una grave setticemia che si è allungata fino all’addome.

I medici lo soccorrono immediatamente: ricoverato prima in rianimazione, poi passato alla camera iperbarica e infine nel reparto di Infettivologia. I medici hanno fatto tutto ciò che era possibile per salvargli la vita. E invece venerdì è morto per le complicanze dovute allo shock settico che, quasi certamente, gli avrebbe procurato un arresto cardiaco.

Ieri la polizia ha sequestrato la salma. Il corpo senza vita del giovane di 32 anni si trova nell’obitorio dell’ospedale salernitano, dove l’altrieri pomeriggio si è recato solo una persona a rendergli l’ultimo saluto: probabile l’amico indiano che lo avrebbe accompagnato al pronto soccorso dieci giorni fa.

La Procura di Salerno aveva già aperto un fascicolo di inchiesta sul caso di Paul Neeraj nel tentativo di capire se le ferite del giovane siano state conseguenza di un incidente sul lavoro. Un lavoro ovviamente svolto irregolarmente, senza un contratto e senza alcuna tutela che avrebbe portato la magistratura ad allargare l’indagine anche sul fenomeno del caporalato ancora molto diffuso soprattutto nelle aziende agricole e bufaline della piana del Sele.

Ascoltato qualche giorno dopo il ricovero dalla polizia, il giovane indiano non ha mai spiegato cosa fosse successo, né tantomeno ha riferito il nome dell’azienda presso cui era impiegato. Finora sembra non sia neppure stato fatto il tentativo di rintracciare l’amico che lo avrebbe accompagnato al pronto soccorso che, però, adesso diventa una persona chiave per le indagini. Ma non solo.

Di Paul non si sa nulla. Non si sa se fosse in Italia da solo o con la sua famiglia. Anche solo rintracciare i suoi eventuali familiari sarebbe importante per rendere giustizia ad un giovane migrante che lavorava irregolarmente ma onestamente, per individuare chi – al contrario – se ne serviva illegalmente e, infine, per dare giusta dignità ad un essere umano.

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