SALERNO – Ci sono due punti in questa storia di traffico e smaltimento illecito di rifiuti da non sottovalutare.
Il primo è che seppur non c’è la regia della camorra dietro la maxioperazione, messa a segno ieri dalla procura di Salerno insieme ai carabinieri del nucleo di Tutela Ambientale di Napoli, tuttavia il modus operandi è lo stesso utilizzando negli anni Novanta dalla criminalità organizzata che ha martoriato l’area a nord di Napoli che oggi è conosciuta con il nome di Terra dei Fuochi.
Il secondo è che, nonostante le indagini, le rivelazioni di pentiti, i decreti e le bonifiche avviate, con i rifiuti si fanno i soldi anche a discapito della salute pubblica. E questo ormai è chiaro a tutti: anche a chi nulla ha (o avrebbe) a che fare con la camorra.
Gli arresti
Otto le persone che da ieri sono ai domiciliari con l’accusa di traffico illecito di rifiuto ed emissione di fatture false. Quattro, invece, quelle sottoposte ad obbligo di dimora, Tutte e dodici provengono dalle province di Napoli, Caserta e Salerno e tutte, almeno in apparenza, erano imprenditori come altri, titolari di società che lavoravano con i rifiuti e che mai erano state lambite da un’indagine della magistratura.
L’inchiesta
Tutto comincia a fine 2023 quando l’Ungheria blocca un carico di rifiuti provenienti dall’Italia, perché sono rifiuti speciali e non urbani come invece attesta il certificato.
A quel punto partono le indagini ed i carabinieri del Noe di Napoli, diretti dal colonnello Pasquale Starace, si mette sulle tracce dei tir incriminati. Li seguono, li pedinano, li filmano, li fotografano e ricostruiscono il percorso che compiono dacché vengono riempiti di rifiuti fino a che non li smaltiscono. In realtà smaltire non è il termine adatto. Più che altro li sversano illecitamente in siti protetti, come l’area di Roccadaspide in pieno Parco nazionale del Cilento, ed attigua ad un allevamento di suini.
O peggio ancora «li mischiano così bene con i rifiuti urbani», dichiara il colonnello Starace, che quando vengono portati nello Stir di Battipaglia nessuno dei dipendenti si accorge che insieme ai rifiuti urbani vengono smaltiti anche rifiuti speciali provenienti da materiale di scarto del settore edilizio e della plastica. Battipaglia come lo stabilimento di Tufino, ma con una differenza: nel sito napoletano se ne accorsero subito perché gli ingranaggi dei macchinari si bloccarono durante la lavorazione. A Battipaglia non si è avuta la stessa fortuna.
Il modus operandi
L’omonimia può trarre in inganno, ma il clan Moccia non c’entra niente. Il Moccia protagonista di questa storia si chiama Giovanni, napoletano di San Giuseppe Vesuviano (terra di aziende tessili) e amministratore della “Polimec srl” con sede a Sarno, che avrebbe dovuto trattare gli scarti di plastica e rifiuti tessili, ma non aveva la documentazione di attestazione di smaltimento regolare. Ed allora si avvaleva di altre società (di Pagani, Villa Literno e San Giuseppe Vesuviano) che, al contrario, possedevano tale documentazione ma in realtà poi smaltivano i rifiuti irregolarmente. Ad attestare i rapporti commerciali c’era un giro di fatture false da cui riuscivano a recuperare denaro per pagare i compartecipi.
I complici
Autisti, organizzatori dei trasporti, intermediari e dipendenti della Sarim, la ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti in molti comuni del Salernitano. Senza la complicità di questi ultimi i rifiuti non potevano arrivare all’isola ecologica e poi allo Stir di Battipaglia. E poi ci sono gli sversamenti fuori regione, ma questo è il secondo capitolo della storia.

