Riforma medicina territoriale, D’Angelo: “Medici disponibili al dialogo”

Si dice fiducioso Giovanni D’Angelo, presidente dell’Ordine dei Medici di Salerno, sulla possibilità di trovare «la giusta soluzione» per uscire dal cul de sac in cui si è cacciato il Governo dopo aver fatto marcia indietro sulla riforma della medicina territoriale che prevedeva, per decreto, l’inserimento dei medici di base all’interno delle Case di Comunità.
«Il problema non lo vedo così drastico- dice -. Si dovrà necessariamente trovare una soluzione. Anche perché, al di là di ogni ragionamento tecnico ed organizzativo, la questione fondamentale è che è stata affrontata una spesa miliardaria e se le Case di Comunità non saranno realizzate a pagarne il prezzo sarà l’assistenza sanitaria, quindi i cittadini ma anche gli ospedali».
D’Angelo guarda con ammirazione al modello sanitario di regioni come la Toscana e l’Emilia Romagna, dove la medicina territoriale funziona bene dimostrando che sia lo strumento più efficace «sia per rafforzare il sistema assistenziale e sia per togliere agli ospedali il sovraccarico di lavoro».
Tuttavia non può negare che la riforma originale pensata dal Governo sia nata in modo quasi unilaterale, senza coinvolgere cioè i medici di base.
«Per quanto riguarda Salerno, devo ammettere che l’Asl con plauso sta lavorando per arrivare al taglio del nastro entro fine giugno – aggiunge il presidente dell’Ordine – ma ciò non significa che le condizioni assistenziali si realizzeranno automaticamente, perché coinvolgere le parti interessate per trovare una soluzione condivisa andava fatto prima, cioè nel momento in cui ci si è accorti del malcontento della categoria».
Anche la querelle interna alla maggioranza di governo – scatenata dalla Lega che si è messa di traverso ottenendo il ritiro della riforma – non avrebbe migliorato la situazione «perché – afferma Giovanni D’Angelo – quello era il momento del dialogo tra le persone. I medici di medicina generale volevano dialogare anche per capire meglio la condizione contrattuale che sarebbe stata applicata. Ed attenzione – avverte – il passaggio dall’attuale posizione convenzionale a quella di dipendente non era una punizione. Ma se ne doveva comunque parlare».
Il dialogo tra le parti sarebbero stato necessario anche per non rischiare di perdere di vista un dato fondamentale. «Nel nostro Paese – spiega – ci sono sei milioni di persone che non si possono curare e se non si è in salute ne risente anche il settore sociale ed economico». In ogni caso i medici sono aperti al dialogo «anche perché, nonostante i tanti problemi che ci sono – conclude – il nostro è un sistema sanitario solido».

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