La signora Annamaria Mainenti è la prima ad arrivare davanti all’aula 318, dove dovrebbe svolgersi la seconda udienza preliminare sull’omicidio di Angelo Vassallo. Si siede, poggia la borsa sulla sedia vuota accanto a lei e si sbottona il giubbino. Indossa una maglia bianca con la foto che è diventata il simbolo del sindaco di Pollica ucciso la notte tra il 4 e il 5 settembre 2010. In alto a sinistra c’è scritto «Fondazione», al centro della foto «Angelo Vassallo sindaco pescatore». La signora Annamaria Mainenti non è una sostenitrice qualunque. La donna ha messo a disposizione un appartamento a Vallo della Lucania per ospitare la sede della Fondazione costituita dai fratelli del sindaco, Dario e Massimo Vassallo.
Ancora non sa, la signora Annamaria, che l’udienza è stata spostata in un’aula più grande a piano terra della Cittadella Giudiziaria e che in quell’aula il gup Giuseppe Rossi, dopo quasi tre ore di discussione, deciderà di non accettare la richiesta di costituzione di parte civile della Fondazione. È stata costituita dopo la morte del sindaco – motiva il gup – dunque non ha ricevuto alcun danno. I difensori dei cinque imputati ritengono di aver portato a casa il primo risultato utile. Ma non sembra proprio così, perché se la Fondazione è la grande esclusa, lo Stato è presente.
«La legge è chiara e noi ci atteniamo a quello che ha deciso il giudice – dice Dario Vassallo, presidente della Fondazione – ma in questo processo quello che è importante non è la Fondazione. In questo processo sono importanti il Consiglio dei Ministri, il ministero dell’Interno e di Giustizia, cioè lo Stato. Lo Stato si è costituito. La Fondazione è una foglia rispetto a un albero».
E tra i rami dell’albero dello Stato ci sono il Comune di Pollica e la Provincia di Salerno nonostante, quest’ultima, non si sia mai accorta delle denunce presentate da Angelo nel 2009 sulla mancata realizzazione di una strada provinciale che poi finì in una inchiesta della procura due anni dopo con il nome di «Ghost road». E poi le associazioni Libera e Legambiente e, ovviamente, la moglie, i figli e i fratelli del sindaco pescatore.
C’è anche un’altra sorpresa : tra le parti autorizzate a costituirsi parte civile c’è anche Bruno Humberto Damiani: «o’ brasiliano» che in un primo momemto fu considerato il principale indiziato. Era stato visto litigare nella piazzetta del centro di Acciaroli con Angelo. Le telecamere di videosorveglianza avevano ripreso la scena. Da tempo nel piccolo borgo si vociferava di un suo coinvolgimento nel traffico di droga nel Cilento. Tutto faceva presagire che Damiani c’entrasse qualcosa con l’omicidio, anche perché sarebbe dovuto partire per il Brasile a breve. Due giorni dopo l’assassinio, fu sottoposto all’esame dello stub: esito negativo e Damiani partì. Ma quando, qualche anno dopo, lo arrestarono all’aeroporto di Bogotà per un’altra storia di droga, Damiani era ancora l’indiziato numero uno.
Chi spinse la Dda di Salerno a indagare su Damiani? Fu il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, presente sulla scena del delitto dalle prime ore dell’alba ed attivo fin da subito a cercare il colpevole nonostante non fosse di sua competenza e, adesso, imputato di concorso in omicidio con l’ex brigadiere Lazzaro Cioffi, l’imprenditore Giuseppe Cipriano, il pentito Romolo Ridosso e il genero del boss, Giovanni Cafiero.
Chi recuperò i filmati della telecamera di videosorveglianza? Sempre Cagnazzo.
«La decisione sul “Brasiliano” mi soddisfa – ha detto l’avvocato Silverio Sica che assiste la famiglia Vassallo – perché verrà a raccontare una parte di verità che non conosciamo».
E chissà se parlerà anche Romolo Ridosso, che ieri era collegato in videoconferenza.

