Morto a 84 anni nel carcere dell’Aja, Ratko Mladić divide la Serbia: governo e stampa filonazionalista lo celebrano, opposizione e movimenti studenteschi insorgono. Bruxelles richiama Belgrado ai valori europei
BELGRADO – La morte di Ratko Mladić, il “macellaio della Bosnia”, non ha chiuso una pagina di storia: l’ha riaperta con fragore. A poche ore dal decesso del generale, condannato all’ergastolo per genocidio e crimini contro l’umanità, il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic ha annunciato che la Serbia intende rendergli «tutti gli onori militari di Stato a cui ha diritto». Una dichiarazione che ha scosso l’Europa e riacceso tensioni mai sopite nei Balcani. Il presidente Aleksandar Vučic ha provato a smussare i toni, evitando di parlare esplicitamente di onori di Stato, ma ha garantito che farà «tutto ciò che chiede la famiglia» del generale, a partire dalla sepoltura in Serbia. E ha attaccato l’Aja: «Volevano che Mladić morisse dietro le sbarre, non nella sua terra. È un comportamento contrario alla civiltà». Secondo Vučic, «i criminali di guerra che hanno commesso crimini contro i serbi sono stati rilasciati», alimentando una narrativa vittimista che in Serbia trova ancora terreno fertile. Il presidente serbo ha annunciato che a settembre, all’Assemblea generale dell’Onu, terrà un discorso «che sarà il più cliccato dopo quello di Trump», dedicato alle «sofferenze dei serbi negli anni ’90». Una mossa che Bruxelles osserva con crescente inquietudine. La risposta dell’Ue è arrivata immediata e durissima: «Qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra è in contrasto con i valori europei più fondamentali e non ha posto né nell’Unione europea né nei Paesi candidati», ha dichiarato un portavoce della Commissione. «Mladić era un criminale di guerra», ha ricordato Bruxelles, sottolineando che spetterà alle autorità serbe chiarire il loro ruolo nei funerali. Due tra le testate più nazionaliste del Paese, Politika e Novosti, hanno trasformato la morte del generale in un tributo pubblico. Politika lo definisce «il comandante eterno dell’esercito della Republika Srpska», morto «lontano dalla sua patria e dal suo popolo, al quale ha dedicato la sua vita militare». Novosti rilancia le parole dell’ex leader bosniaco-serbo Milorad Dodik, secondo cui la morte di Mladić sarebbe «a tutti gli effetti un omicidio». Sul ponte Branko di Belgrado è comparso uno striscione con Mladić in uniforme che saluta militarmente: «Dalla tua lotta vive la nostra libertà». Dall’opposizione arrivano critiche severe, così come dal movimento studentesco. La giornalista Snežana Čongradin, in un editoriale su Danas, accusa Vučic e il ministro degli Interni Ivica Dačić di «aver incoraggiato e appoggiato il genocidio», denunciando la costante strumentalizzazione del nazionalismo per consolidare il potere. La Serbia resta profondamente spaccata. Una parte dell’opinione pubblica considera Mladić un capro espiatorio della giustizia internazionale; un’altra vede nella sua figura il simbolo di un passato che impedisce al Paese di guardare avanti, verso l’Europa. La morte del generale non chiude la storia: la riporta al centro della scena, con tutte le sue ferite ancora aperte.

Il Presidente Serbo Aleksandar Vučic

