Nessuna struttura disponibile, muore dopo un anno di agonia

La storia di Paolo Piccolo sembra la classica storia di un detenuto morto a causa delle carenze sanitarie del sistema penitenziario. Ma non è così, perchè la storia di Paolo contiene in sè tutti i mali della società civile: sia quella che appartiene al «mondo di dentro» sia quella che vive nel «mondo di fuori».
La sua storia è finita ieri notte all’ospedale «Moscati» di Avellino, dove Paolo, 26 anni, ha smesso di respirare dopo essere rimasto attaccato alla vita e alle macchine della sala di rianimazione per un anno intero, ma è iniziata quando, appena ragazzino, è entrato nel giro dello spaccio. Complice il difficile quartiere in cui è nato e cresciuto, Barra-San Giovanni a Teduccio, complice una famiglia che viveva anch’essa di spaccio e di espedienti, Paolo conosce il carcere già da giovanissimo per poi essere costretto a scontare la pena più lunga nella struttura di Bellizzi Irpino.
Ed è qui che, la sera del 22 ottobre 2024, dieci detenuti fanno irruzione nella sua cella. Lo picchiano, anzi no. Lo massacrano di botte. Con i piedi di ferro delle brande lo colpiscono più volte alla testa. Gli fracassano metà cranio. Poi, non soddisfatti, gli strappano i denti con una pinza e gli mutilano le orecchie. Il compagno di cella di Paolo, che assiste al massacro, viene colto da infarto. Paolo è a terra pieno di sangue. Non respira. Il branco crede di averlo ucciso ed esce dalla cella. Ma Paolo è ancora vivo e, quando scatta l’allarme, viene portato d’urgenza all’ospedale Moscati. Sala rianimazione: è in stato vegetativo. Ha tubi e fili attaccati ovunque. L’intervento di ricostruzione del cranio è troppo difficile. Paolo potrebbe non superare l’intervento, ma ha bisogno di essere ricoverato in una struttura che gli garatisca una riabilitazione neuromotoria. Il ragazzo pesa 35 chili.
Il garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, lancia un appello a tutte le strutture sanitarie italiane. Nessuna risponde. Lo stesso fa sua madre che, tramite l’avvocato Costantino Cardiello (nella foto), scrive al ministero della Giustizia e della Sanita. Poi, ad agosto scorso, si accende una speranza: il centro “Don Gnocchi” di Sant’Angelo dei Lombardi lo accoglie. Ma la permanenza dura tre giorni: non ci sono le apparecchiature adatte. Così Paolo torna al Moscati, di chili ne pesa 24 e, dopo un anno di agonia, muore la notte scorsa.
I suoi aggressori sono ancora a processo per tentato omicidio. Tre di loro hanno scelto il rito abbreviato e sono stati condannati a dieci anni di carcere. Ma la morte di Paolo rimescola tutte le carte in tavola perché ora non dovranno rispondere più di tentato omicidio ma di omicidio: da aggressori ad assassini.
«La madre di Paolo – dichiara l’avvocato Costantino Cardiello – mi ha dato mandato di inviare una segnalazione al ministero della Giustizia e al Dipartimento di polizia penitenziaria. Vanno accertate altre eventuali responsabilità in capo a soggetti diversi dagli assassini. Credo che, a questo punto sia arrivato il momento di riaprire le indagini su questo caso».
L’inchiesta della procura di Avellino, avviata subito dopo il violento pestaggio, escluse che si trattò di un regolamento di conti per droga, spiega il penalista. «Le indagini accertarono che, la sera della spedizione punitiva – aggiunge – gli agenti di polizia penitenziaria furono sequestrati dal branco di detenuti e chiusi a chiave nella loro guardiania. Furono gli agenti stessi a dichiararlo. Eppure, ci sarà stata una guardia di ronda al piano quella sera? È vero che il carcere di Bellizzi Irpino vive grossi problemi legati alla carenza di personale, ma come si fa a non trovare il modo di far scattare un allarme anche se si è chiusi nella guardiania?».
La storia di Paolo non finisce qua.

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