Dottor Fittipaldi, la direttrice del Monaldi afferma di non avere cardiochirurghi con esperienza adeguata per interventi ad alta specializzazione. Questo vale anche per i vincitori di concorso destinati all’area pediatrica, che a differenza sua erano stati selezionati proprio dal precedente primario?
«Trovo singolare questa affermazione. Parliamo di professionisti selezionati tramite concorso e, in alcuni casi, presenti da otto anni. È difficile comprendere come, in un arco temporale così lungo, possano aver maturato un’attività così limitata come primo operatore. Questo porta inevitabilmente a una domanda: dove è stata, in questi anni, la reale formazione».
Mario Fittipaldi è il cardiochirurgo pediatrico che lavora da anni nel più grande ospedale di Londra dopo essere stato ignorato dal Monaldi.
C’è dunque un problema serio di formazione professionale?
«Il problema della formazione esiste ed è evidente. La crescita di una disciplina come la cardiochirurgia pediatrica dipende dalla capacità di costruire una squadra e di far crescere i propri collaboratori. Qui questo passaggio, nei fatti, non si è realizzato. Si può essere anche ottimi chirurghi, ma formare un’équipe è un’altra responsabilità».
In questo contesto, è possibile che una convenzione di pochi mesi con il Bambino Gesù possa colmare carenze che sembrano strutturali?
«Non credo che una convenzione di pochi mesi possa colmare carenze strutturali. Piuttosto, sembra una soluzione temporanea per gestire l’emergenza e guadagnare tempo. La formazione richiede volumi, continuità e programmazione: elementi difficilmente compatibili con pochi casi settimanali, peraltro gestiti principalmente da équipe esterne».
Non sarebbe stato più lineare, anche sotto il profilo organizzativo, richiamare in servizio un cardiochirurgo con esperienza e titoli da aiuto primario, in mobilità da anni, invece di ricorrere a soluzioni temporanee e doverne giustificare le scelte a livello regionale?
«Un contatto c’è stato, ma non si è mai tradotto in un reale inserimento nell’unità operativa. A fronte di due richieste formali di chiarimento da parte della Direzione Salute della Regione non è mai stata fornita una spiegazione concreta sul perché non sia stato assegnato. Questo lascia spazio a una lettura piuttosto chiara: si è scelto di non modificare gli equilibri interni, probabilmente in attesa che si chiariscano alcune posizioni dal punto di vista giudiziario. In altre parole, più che costruire un nuovo assetto, sembra si stia gestendo una fase transitoria, mantenendo il sistema il più possibile invariato, nell’eventualità di un ritorno al quadro precedente. Se così fosse, le scelte attuali non risponderebbero a una logica di rilancio, ma a una logica di conservazione».
Qual è, quindi, il vero nodo dell’Azienda dei Colli: una carenza contingente o un problema più profondo legato alla gestione e alla programmazione degli ultimi anni?
«Il problema è chiaramente di governance. Le scelte organizzative e la programmazione degli ultimi anni non hanno prodotto crescita né consolidamento. Questo emerge dai risultati. Oggi si tenta di gestire le conseguenze senza affrontarne davvero le cause, cercando soluzioni temporanee invece di un intervento strutturale».
In presenza di condizioni chiare, trasparenti e realmente orientate a un rilancio strutturale, sarebbe disponibile a tornare a lavorare a Napoli?
«In queste condizioni, no. Non si tratta di una valutazione personale, ma professionale. Senza un cambiamento reale, strutturato e credibile, qualsiasi rientro rischierebbe di essere solo formale e non utile né per i professionisti né, soprattutto, per i pazienti.

