Il fine è pregevole: svecchiare e potenziare il sistema idrico campano in modo da evitare eventuali emergenze dovute alla carenza d’acqua. Ma lo è anche il mezzo per raggiungerlo?
Nel 2023 la giunta De Luca, con una delibera, ha bandito una gara a doppio oggetto per cercare un parter privato per gestire la Grande Adduzione Primaria di interesse regionale. Cioè l’Acquedotto della Campania Occidentale; l’Acquedotto del Torano Biferno; il Complesso della Diga di Campolattaro; l’Acquedotto della Normalizzazione, con le sorgenti di Cassano Irpino e di Baiardo a Montemarano del Fiume Calore. Ma anche le sorgenti di Cassano e Montemarano, in provincia di Avellino, considerate tra le principali fonti idriche e gli acquedotti ritenuti strategici. La nuova società mista sarà partecipata al 51 per cento dalla Regione (che manterrà sempre il potere decisionale in merito alla gestione) e al 49 per cento da un soggetto privato che avrà il compito di investire denaro per la riqualificazione degli impianti e di gestirli apportando le proprie competenze tecnologiche.
Lo scorso marzo, il consilio regionale ha approvato quanto stabilito dalla giunta, con il voto contrario dei 5 Stelle e del centrodestra. I comitati per l’acqua bene pubblico, invece, hanno gridato all’ennesimo tetativo di privatizzazione.
Ma c’è qualcun altro che è intervenuto sulla vicenda con un parere certamente non politico: è la Corte dei Conti che, nella sua relazione di controllo sul rispetto della legge da parte della delibera campana, ha mosso vari rilievi di non poco conto. Tanto da ritrasmettere gli atti a Palazzo Santa Lucia che, a questo punto, dovrebbe adeguarsi agli appunti della magistratura contabile risalenti allo scorso giugno.
La Corte solleva dubbi sull’oggetto sociale della società mista che, per quanto partecipata da privati, deve avere conunque un vincolo di scopo pubblico: che in questo caso è la gestione del servizio idrico. Però nello Statuto della neo società si evincono anche altre finalità: promozioni di servizi editoriali e di pubblicazioni scientifiche, partecipazioni in altre società aventi oggetto sociale simile o affine ed operazioni commerciali, industriali, mobiliari ed immobiliari che si ritengano utili o necessarie.
«L’elencazione di una sequenza di attività comunque rientranti nell’oggetto sociale della costituenda impresa non consente infatti – scrivono i magistrati – di circoscrivere, con la dovuta certezza, il campo d’azione che la stessa avrà una volta completato il complesso procedimento in cui il presente parere è inserito». Ed il rischio è «di alterare il meccanismo concorrenziale del mercato e di riverberarsi in modo significativo sulla finanza pubblica, impegnando risorse derivanti dal bilancio dell’amministrazione socia per il raggiungimento dello scopo sociale di un soggetto di diritto nuovo e distinto rispetto ai soggetti partecipanti». Cioè si corre il pericolo di allontarsi un po’ dallo scopo principale.
Il parere «parzialmente negativo» dei giudici contabili colpisce anche il rapporto tra l’ente pubblico e il soggetto privato nella corretta allocazione dei rischi.
«A questa Sezione – scrivono i magistrati – non emerge con la dovuta chiarezza il ruolo svolto dal socio privato, ossia le obbligazioni gravanti sul medesimo e i poteri al medesimo attribuiti, anche tenuto conto dell’assenza di qualsivoglia riferimento alla possibilità di stipulare tra i soci eventuali patti parasociali».
Sembra infatti che né nella documentazione trasmessa alla Corte dalla Regione né nello Statuto della socieà mista si faccia chiarezza sul trasferimento dei rischi. Così come mancherebbe anche lo schema del contratto di servizio stipulato tra i due futuri soci sui compiti demandati al privato.

