Impara la vita chi impara a morire

«La morte è comune eredità di tutti gli uomini» (Prefazio dei defunti I). Con queste parole la liturgia richiama la condizione universale della creatura segnata dal limite.
La morte, infatti, non è un accidente marginale, ma parte costitutiva dell’esistenza umana. Tuttavia, nella cultura contemporanea, essa è spesso percepita come un tema scomodo o da evitare. Tale rimozione priva l’uomo di un autentico confronto con il senso ultimo della vita.
Nella filosofia antica troviamo tentativi di comprensione del fenomeno, come ad esempio, in Epicuro. Nella Lettera a Meneceo, il filosofo fondatore dell’epicureismo, esortava a non temere la morte, poiché «quando ci siamo noi, la morte non c’è, e quando c’è la morte, non ci siamo più noi». In questa prospettiva materialistica, l’anima si dissolve con il corpo e non vi è prosecuzione dell’esistenza oltre la morte. L’uomo saggio deve allora imparare a vivere senza l’angoscia dell’oltre, trovando pace nella consapevolezza del limite.
La teologia cattolica si colloca, invece, su un piano radicalmente diverso. Essa riconosce nella morte non la fine assoluta, ma un passaggio — il transitus — verso la vita eterna. Per il credente, la morte, pur essendo conseguenza del peccato originale, è redenta da Cristo mediante la risurrezione. Già l’Antico Testamento rivela il desiderio di Dio di salvare l’uomo: «Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ez 33,11). In Cristo questa promessa trova compimento attraverso la sua morte e risurrezione: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25).
Sant’Agostino dirà: «Non temere la morte: essa è la porta che ci conduce alla vita eterna» (De civitate Dei, XIX, 23). L’evento della morte, illuminato dalla Pasqua, si trasforma così in incontro salvifico, nel quale la creatura è chiamata alla comunione definitiva con il Creatore. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nel trattato Apparecchio alla morte, ammonisce: «Bisogna pensare spesso alla morte, perché non sappiamo né il giorno né l’ora». La meditazione quotidiana del morire diventa, per il cristiano, esercizio di vigilanza e di speranza. La morte non è più motivo di paura, ma compimento del cammino terreno e apertura all’eternità. Parlare della morte non significa cedere alla disperazione, ma educarsi alla sapienza del vivere. Solo un pensiero consapevole della fine può dare pieno valore al presente.
Come insegna Tommaso da Kempis nell’Imitazione di Cristo: «Ogni azione e pensiero tuo sia tale, come se oggi dovessi morire». È questa la vera ars moriendi, l’arte di imparare a morire per vivere in Dio.

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