Da un paio di mesi a capo della procura dei minori di Salerno, nominato all’unanimità dal Csm. Dopo quindici anni da sostituto procuratore al Tribunale per i minori e, prima ancora, pubblico ministero della sezione dei reati ambientali, Angelo Frattini ne ha visti di giovanissimi transitare negli uffici della procura.
Dottore Frattini, come sono cambiati i giovani in questi quindici anni?
«Emulano molto i protagonisti di tutte queste serie televisive che stanno spopolando in tivvù. Tipo Gomorra, Romanzo Criminale e la più recente di cui non ricordo neanche il nome».
Vuole dire “Mare Fuori”?
«Proprio questa. Queste serie sono pericolosissime, perché in tutti i minori abbiamo riscontrato atteggiamenti e comportamenti praticamente uguali ai loro protagonisti».
È cambiato anche il tipo di reati commessi?
«Sicuramente c’è stato un incremento delle attività di spaccio, perché riescono ad ottenere facili guadagni, ma c’è stato anche un aumento delle risse e delle modalità con cui vengono effettuate».
Cioè?
«In passato era più raro che usassero armi bianche. Oggi, invece, posseggono quasi tutti coltelli e tirapugni ed è chiaro che una semplice rissa può degenerare in qualcosa di più grave».
Il Report sulla criminalità giovanile del ministero dell’Interno evidenzia chiaramente che al Sud lo spaccio di droga è sempre legato alla criminalità organizzata.
«Questo è fuori dubbio e, insieme all’emulazione delle serie tivvù, fornisce un quadro della situazione più che allarmante: giovani in cerca di guadagni facili che diventano pusher ed aspirano a scalare i vertici dell’organizzazione criminale che li sfrutta».
Da quali contesti familiari provengono questi ragazzi?
«La maggior parte hanno background sociali e familiari difficili. Genitori che vivono già di loro di attività illecite o che hanno problemi di tossicodipendenza. Quindi sono nati già con quell’esempio, che per loro diventa l’unico da poter seguire. Ecco perché il nostro lavoro si estende anche alle famiglie di provenienza».
In che modo?
«Lavoriamo a stretto contatto con i servizi sociali e con il Tribunale civile per chiedere la sospensione della potestà genitoriale o l’allontanamento temporaneo dal nucleo familiare, ma anche per dare un supporto alle famiglie attraverso la mediazione familiare».
Ci riuscite?
«A volte sì e a volte no, come in tutte le cose. Non è bello vedere un minore in carcere, quindi puntiamo molto sulla messa alla prova. Almeno il 70 per cento dei casi lo gestiamo così e, devo ammettere, che in alcuni casi abbiamo avuto ottimi risultati”.
Se la maggior parte di questi ragazzi proviene da famiglie problematiche, vuol dire che una piccola parte proviene dalle cosiddette “famiglie perbene”?
«Purtroppo sì. Ma in questo caso i reati commessi sono diversi: piccoli furti, denigrazione e bullismo a mezzo social e stalking. Abbiamo dovuto applicare anche delle misure cautelari, perché in alcuni casi non si riusciva ad accettare la fine di una relazione».
Quanto è difficile oggi avere a che fare con i giovani?
«Molto difficile. Prima c’era l’oratorio, che era un luogo di incontro e di confronto. Oggi invece, ci sono i social, e hanno perso il senso dei rapporti umani e la capacità di apprezzare quello che hanno».
Cosa bisogna fare per prevenire la devianza criminale e recuperare questi adolescenti?
«Potenziare i servizi sociali e la scuola, ma anche e soprattutto le strutture socio sanitarie perché sempre più spesso, negli ultimi anni, riscontriamo serie problematiche psichiatriche legate a questi atteggiamenti da piccoli criminali».
Il Report del ministero dell’Interno dà in crescita anche i reati di minacce e percosse.
«Questi riguardano soprattutto i minori stranieri non accompagnati, altro gravissimo problema del nostro Paese perché non si riesce ancora a lavorare bene sull’integrazione».

