Giù Palazzo Fienga ma non la camorra

Le ruspe entrano in azione a mezzogiorno. Le mura di Palazzo Fienga vanno giù. La demolizione della la roccaforte del clan Gionta, dove il 23 settembre 1985 partì l’ordine di uccidete il giornalista de Il Mattino Giancarlo Siani, è appena cominciata sotto lo sguardo del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi e del suo predecessore Matteo Salvini.

La cerimonia è di quelle ufficiali. Qualche ora dopo arriverà anche una nota della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che definisce l’abbattimento «la risposta dello Stato alle mafie».

Ma forse hanno ragione Paolo Siani e Nunzio Fragliasso. «Va giù un simbolo ma non la camorra e la lotta deve essere ancora più importante», dice il fratello di Giancarlo che prima di tutti aveva raccontato nei suoi tanti articoli cosa accadeva nel covo di uno dei clan più sanguinari e temuti di Napoli.

«Ci sono ancora troppe contiguità con la criminalità organizzata, troppe ombre e troppe illegalità nel seno della stessa amministrazione comunale»: le parole del procuratore capo di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso, gelano tutti i presenti. Compreso il sindaco di Torre Annunziata, Corrado Cuccurullo. Il procuratore si riferisce ad una recente inchiesta che ha travolto il Comune, dove da quattro mesi è stata inviata una commissione di accesso che rischia di decretarne lo scioglimento.

Il magistrato non si ferma e, dopo scrosci di applaudi di fronte alle ruspe e volti inorgogliti per il risultato raggiunto, riporta tutti alla realtà insistendo sul punto che «ci vogliono meno cerimonie, meno dichiarazioni di principio e più azioni concrete che siano coerenti con le dichiarazioni programmatiche. Solo così si potrà cogliere la cifra dell‘effettivo cambiamento, solo allora potremo dire di aver voltato pagina».

Ma lo show deve continuare. Da Roma sono arrivate le alte cariche dello Stato. C’è anche il sottosegretario al Mit, Tullio Ferrante, che ha seguito tutto l’iter burocratico – bloccato da espropri difficili da eseguire e da documenti che nel corso di venti anni sono stati presentati, autorizzati, ritirati, modificati e riautorizzati – e che ieri ha ringraziato il prefetto Giuseppe Priolo (attuale commissario) e ricordato il giornalista vittima di camorra nonché il finanziamento di 12,3 milioni che adesso trasformerà l’ex fortino della camorra in un Parco urbano e in una piazza che – su proposta di Piantedosi di Siani e del procuratore antimafia Giovanni Melillo– sarà intitolata a Giancarlo.

C’è la presidente della commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, che ha ricordato come «nei casi più complessi la nostra eccezionale legislazione antimafia ha bisogno di un commissario e di operatività» e si è soffermata anche sul ruolo delle donne di camorra e in particola di Gemma Donnarumma «non era solo moglie di Valentino Gionta ma un vero capoclan», ha detto.

Infine c’è il prefetto di Napoli, Michele Di Bari. il sindaco Gaetano Manfredi e anche l’onnipresente Gennaro Sangiuliano che non ha perso l’occasione per ricordare «il modesto aiuto che diedi da ministro affinché ciò si realizzasse nel segno della collaborazione istituzionale».

Le parole di Fragliasso non fermano la cerimonia. Del resto, come ricorda ancora Paolo Siani, l’abbattimento di Palazzo Fienga è un’emozione forte. «Attraverso i miei occhi – dice – vorrei che Giancarlo lo vedesse» perché per lui l’abbattimento di palazzo Fienga è «una piccola rivincita» ma «la scommessa è convincere i mafiosi a non essere mafiosi».

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