Fiume Sarno, la nota del patologo: «c’è rischio»

Corretti o «falsificati» che siano – come sostiene il sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti – i dati dell’Arpac sull’indice di pericolosità dovuto alla presenza di metalli pesanti e cancerogeni nelle acque del fiume Sarno, la relazione del professore Antonio Giordano non lascia molti dubbi al riguardo.
«La loro presenza in concentrazioni rilevabili è preoccupante per gli effetti tossici anche a basse dosi per i meccanismi di bioaccumulo e di tossicità cronica. Inoltre, la loro persistenza nell’ambiente può determinare la contaminazione del suolo e delle risorse idriche, con ripercussioni sull’ecosistema e sulla salute umana», è il verdetto dell’oncologo italo-americano, direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine di Philadelphia e professore di Anatomia e Istologia Patologica presso il Dipartimento di Biotecnologie Mediche dell’Università di Siena.
In sostanza, il professore dice che, nonostante l’Arpac abbia ritenuto di dover declassare in appena sette mesi la classe di pericolosità dell’inquinamento del Sarno, le concentrazioni di contaminanti rilevati, tra cui antimonio, arsenico, cadmio, cromo esavalente, mercurio, selenio, stagno e tallio, «sono rimaste invariate». E ne sottolinea comunque il pericolo quando scrive che «in ogni caso, la presenza di metalli pesanti nei fanghi del Rio Sguazzatorio (affluente che esonda periodicamente;ndr), sebbene entro i limiti di legge, potrebbe rappresentare comunque un rischio. È noto che molti di questi elementi hanno la capacità di bioaccumularsi negli organismi viventi e di concentrarsi lungo la catena alimentare, con effetti tossici amplificati».
Infine, come se non bastassero quelli relativi ai due report discordanti dell’Arpac, il professore Giordano solleva altre perplessità sulle modalità con cui sono stati effettuati i prelievi dei fanghi di sedimentazione lungo le sponde del Rio Sguazzatorio.
Perché, se sono state prelevate solo le acque in superficie, non sarebbe facile «rivelare la presenza di accumuli di inquinanti a lungo termine, probabilmente legati a fonti di contaminazione storiche». Dunque insiste il patologo «senza le indicazioni sulla profondità dei campionamenti la capacità di effettuare una valutazione completa risulta limitata».
La relazione risale all’11 settembre 2024 e fa parte della documentazione inviata alla procura.

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