La scienza è, senza dubbio, uno degli strumenti più alti e potenti di cui l’uomo dispone per comprendere il mondo. È grazie al metodo scientifico che abbiamo decifrato i meccanismi della natura, migliorato la salute, esteso le nostre capacità tecniche e cognitive. Tuttavia, proprio perché è un metodo, essa ha confini precisi: la scienza descrive come i fenomeni accadono, ma non sempre può rispondere al perché ultimo delle cose. È circoscritta all’osservabile e al misurabile; non può pretendere di pronunciarsi su questioni di senso, di valore o di trascendenza.
L’atteggiamento che ne deriverebbe, in caso diverso, è definibile come fondamentalismo scientifico, speculare, per struttura mentale, a quello religioso: entrambi assumono un principio di verità indiscutibile e totalizzante, rifiutando la complessità del reale e la pluralità delle vie possibili verso la conoscenza. Il filosofo Gaston Bachelard, nel denunciare i pericoli del riduzionismo scientifico, ricordava che «la conoscenza scientifica è sempre una rettifica di un sapere precedente»: essa avanza per approssimazioni, correzioni, errori riconosciuti. Ogni volta che la scienza si assolutizza, smette di essere scienza e diventa ideologia.
Anche la Sacra Scrittura invita a un atteggiamento di equilibrio tra ricerca e sapienza. Nel Libro dei Proverbi si legge: «Il principio della sapienza è il timore del Signore» (Pr 9,10), a indicare che la conoscenza autentica nasce dall’umiltà e dal riconoscimento di un mistero che ci precede. E nel Libro della Sapienza troviamo scritto: «Da te viene la sapienza che conosce le tue opere» (Sap 9,9): non ogni sapere umano, dunque, può esaurire il senso del reale, che resta radicato in una dimensione più profonda dell’essere.
In questo orizzonte si comprende anche la celebre frase attribuita — sebbene apocrifa — a Galileo Galilei, secondo la quale «la Scrittura ci insegna come si vadia al cielo, non come vadia il cielo». Essa sintetizza efficacemente la distinzione tra i piani del sapere: la scienza studia il mondo fisico; la fede e la filosofia interrogano il significato dell’esistenza. Riconoscere i limiti della scienza non significa sminuirla, ma restituirle dignità. Solo liberandola dal fardello dell’assoluto, essa può continuare a essere ciò che è realmente: un meraviglioso strumento umano di scoperta, da affiancare — non da contrapporre — alle altre forme del sapere. In tal modo, l’uomo può tornare a essere artigiano di una conoscenza integrale, capace di unire scienza e fede in un dialogo fecondo e aperto. Fede e scienza, dunque, possono stare assieme in equilibrio.

