Joseph Luki, 40 anni, di origini nigeriane, è il sessantottesimo detenuto morto suicida nelle carceri italiane. È il settimo in Campania, dopo i due casi di Poggioreale e di Secondigliano, e i casi singoli di Benevento e Santa Maria Capua Vetere.
Ma Joseph Luki non è solo un numero della triste casistica dei suicidi in Italia, è anche un uomo che lascia due figli ed una persona che soffriva di disturbi psichiatrici.
E’ stato trovato morto nella notte tra domenica e lunedì scorso nella sua cella del carcere di Ariano Irpino, in provincia di Avellino. Impiccato. L’intervento immediato degli agenti di polizia penitenziaria e dei sanitari non è riuscito a salvargli la vita. La procura di Benevento ha disposto l’autopsia sulla salma, che è stata perciò trasferita all’ospedale «San Pio».
Il suicidio di Joseph ha riacceso il dibattito mai sopito sulle condizioni carcerarie dei detenuti e sullo stato della sanità penitenziaria. «Servono subito provvedimenti deflattivi del sovraffollamento carcerario – ha dichiarato il segretario generale della Uilpa Peniteniziaria, Gennarino De Fazio -. Bisogna potenziare gli organici e garantirel’assistenza sanitaria».
Nella struttura di Ariano Irpino ci sono 286 detenuti, settanta in più rispetto ai posti previsti in pianta organica. Di contro, l’organico di polizia penitenziaria è sottopotenziato: ci sono 141 agenti sui 231 previsti. Insomma, la domanda è sempre la stessa: se ci fossero stati meno detenuti e più agenti, qualcuno si sarebbe accorto che Joseph stava per togliersi la vita? Qualcuno avrebbe potuto impedirglielo?
Parla, infatti, di «epidemia di suicidi» il garante dei detenuti per la Campania, Samuele Ciambriello. «C’è un vero e proprio pugno nello stomaco nell’indifferenza sia della politica che della società civile – dice – Il governo, dalla sua parte, nega addirittura che ci sia un allarme legato ai suicidi. Come Garanti abbiamo richiamato più volte l’appello-denuncia del Presidente Mattarella al rispetto della dignità di ogni persona, dei suoi diritti, anche per chi si trova in carcere. L’alto indice di suicidi è prova di condizioni inammissibili, tra cui quelle del sovraffollamento. Le motivazioni che portano al suicidio sono molteplici – aggiunge – l’attenzione per noi è una emergenza intollerabile scolpita in quei numeri che indicano che nelle carceri si continua a morire. Se poi a questi numeri aggiungiamo anche già le 36 morti in carcere per cause da accertare ci rendiamo conto di questo interminabile supplizio».
Dall’inizio dell’anno solo nel carcere di Poggioreale, a Napoli, ci sono stati 25 tentavi di suicidio, 202 atti di autolesionismo e nove decessi per cause naturali.

