SALERNO – Un giorno don Maurizio Patriciello era a Frattaminore, paese dove è nato settanta anni fa. È mezzogiorno e da un tavolino del bar della piazza centrale si alzano due signori anziani. Percorrono insieme un po’ di strada, poi uno gira a destra e l’altro a sinistra. Stanno tornato a casa perché è ora di pranzo. Una volta giunti a casa uno dei due muore, mentre l’altro, appena riceve la triste notizia, commenta: «Stavo camminando con un morto e non lo sapevo».
È questo che racconta il prete anticamorra del Parco Verde di Caivano, a cui è stata appena rafforzata la scorta dopo il messaggio di morte ricevuto domenica scorsa mentre celebrava messa nella sua parrocchia, durante la sua prima uscita pubblica che, da fedele francescano qual è, non poteva che essere nel Convento dei Frati Cappuccini di Eboli. Eboli, un paese blindatissimo. Pattuglie i vigili urbani disseminati lungo il corso principale che porta nella parte alta del centro storico, dive si trova il santuario di San Cosma e Damiano e, a poche centinaia di metri, la chiesa di San Pietro alli Marmi che ospita il convento dei francescani. Una cordata di carabinieri vigila sul sagrato e lungo il porticato a volte che circonda il giardino del convento. E poi ci sono gli uomini della scorta che lo seguono passo per passo, mentre una folla di fedeli lo attende seduta nella navata principale della chiesa.
«Sono un morto che cammina», dice don Maurizio dopo aver ricordato l’episodio dei due anziani al bar di Frattaminore. «Ecco, noi stiamo camminando – continua – ed il morto sono proprio io. Davanti a voi c’è un teschio, ma io non sono Paolo Borsellino. Borsellino è Borsellino», risponde a chi ha azzardato il paragone. Se gli si chiede quale sia stato il momento in cui ha avuto davvero paura, don Patriciello abbozza un sorriso. Cerca di sdrammatizzare. «Potrei aver paura che adesso crolli il portico», ironizza. E non potrebbe fare diversamente dal momento che anche lui è un influencer.
A chi gli chiede una foto non sa dire di no e sorride davanti all’obiettivo come farebbe chiunque. «Perché i preti non possono essere degli influencer? – si chiede – Noi cerchiamo di influenzare le persone dall’altare, mandare loro un messaggio di pace e di speranza». Ma pure di perdono, come quello che il prete anticamorra ha lanciato ai giovani autori delle due stese di Caivano subito dopo aver seminato il panico a colpi di pistola.
«Li ho implorati a convertirsi – ribadisce – ma tutti noi abbiamo bisogno di convertirci. Forse quei giovani ne hanno bisogno più di noi, perché hanno smarrito il senso della vita, ma vi assicuro che quando li si incontra singolarmente, e non in gruppo, ci si rende conto che c’è una parte di umanità che è stata umiliata e denigrata e ha scelto la strada del male per reagire».
Quella parte di umanità umiliata e denigrata stenta ancora ad essere estirpata da Caivano, nonostante il decreto che porta il suo nome e i fari della politica bipartisan sempre accesi su quel pezzo di territorio. Eppure chi dice che a Caivano lo Stato non c’è sbaglia grosso. «Quando De Luca disse che a Caivano lo Stato non c’è mise un punto per chiudere la frase – dichiara don Maurizio -. Io sono un po’ più pignolo, tolgo il punto e metto la virgola. Noi lo dobbiamo riportare lo Stato a Caivano e poi posso dirlo io che sono un prete che lo Stato a Caivano non c’è oppure può dirlo un qualunque altro cittadino. Ma non può dirlo il presidente della Regione perché lui è lo Stato. Forse ci sono stati dei ritardi ed una buona dose di miopia, ma non bisogna piangere sul latte versato. Noi siamo cristiani e, in quanto tali, abbiamo una marcia in più: il perdono. Ora basta parlare di queste cose».
Del resto la sua gente lo aspetta in chiesa per sentire le sue parole ma anche per avere una foto con lui.

