SALERNO – C’è una frase su tutte che primeggia nel processo di appello sul crac della Ifil, che vede imputato per concorso in bancarotta fraudolenta il segretario regionale dem Piero De Luca: «non poteva non sapere che Mario De Mese era l’amministratore di fatto della società».
È questo il motivo principale del ricorso in appello contro la sentenza di assoluzione in primo grado dell’ex pm titolare delle indagini Francesco Rotondo e sostenuta dal pg Giovanna Lerose che ha chiesto una condanna a due anni.
Ed è questo uno dei perni della difesa del deputato rappresentata dal professore Andrea Castaldo «perché – sostiene il penalista – la Cassazione recentemente ha ritenuto che tale espressione è estranea al nostro ordinamento giuridico».
Dunque, la domanda retorica che ha posto al collegio presieduto da Giovanna Lerose, è la seguente: «Come poteva Piero De Luca sapere che i soldi con cui erano stati pagati i biglietti d’aereo per il Lussemburgo, che ha restituito in contanti, erano stati prelevati dalla Ifil?».
Tra l’altro, prima di lui, era stato l’avvocato Luigi Gargiulo che, nell’arringa difensiva per Luigi Avino, aveva definito il suo assistito come «la testa di legno di Mario Del Mese», amministratore unico della Ifil dal 2008 al 2010 «ma che in realtà non aveva mai messo piede nella sede della società né mai compilato un assegno».
Ma allora perché Mario Del Mese ha pagato 13mila euro di biglietti per De Luca jr? «Si frequentavano – spiega Castaldo – e Del Mese aveva una rosa di amici con cui voleva fare bella figura e diceva “Non ti far pagare. Me la vedo io”››.
La sentenza è attesa il 20 aprile.

