In questa domenica il Vangelo di Matteo (Mt 5,17-37) apre con una frase di Gesù che è chiave e serratura: non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento. Non a cancellare, ma a portare a pienezza. Non a sciogliere i nodi della Legge, ma a tirarli fino a farne corda resistente. C’è un equivoco antico quanto la nostra distrazione: pensare ai comandamenti come a un recinto di filo spinato. Una prigione di divieti, un decalogo freddo inciso nella pietra. Invece sono siepe. Non muraglia che soffoca, ma intreccio che protegge il campo dal passo delle bestie. Custodia dell’uomo, non gabbia. Senza quella siepe, il terreno resta esposto, e il cuore diventa terra di nessuno.
Gesù non attenua la parola: la rende piena e radicale. «Avete inteso… ma io vi dico». Non si ferma al gesto, scende alla radice. Non basta non uccidere: anche l’ira che mastichi in silenzio è un colpo inferto. Non basta non tradire: lo sguardo che consuma l’altro lo ha già spogliato. Non basta giurare il vero: sia il vostro parlare un sì che è sì, un no che è no. È un’opera di scavo, non di maquillage. Porta la Legge dentro, nel luogo dove nascono le intenzioni. La tentazione che sempre circonda il cristianesimo è il rischio di una deriva d’acqua tiepida. Una fede accomodante, sbiadita come stoffa lasciata troppo al sole. Si smussano gli angoli per non ferire nessuno, si abbassa l’asticella per non perdere strada. Si confonde la misericordia con il lassismo, la pazienza con l’indifferenza. Ma la parola di Gesù non è un’illusione che anestetizza la coscienza, un narcotico che addormenta la responsabilità: è un richiamo che sveglia. Non è un condono permanente, è un appello alla responsabilità.
Vivere da credenti è cosa seria. Non uno scherzo, non un distintivo da appuntare la domenica. È un patto che coinvolge la carne e il respiro. Dio fa sul serio con noi: ci prende in parola. Non chiede una religione di superficie, ma un cuore intero. Non basta il minimo sindacale della coscienza, chiede il massimo dell’amore. Il compimento di cui parla Gesù è maturità. È il frutto che non rinnega il seme, ma lo porta a destino.
La Legge trova senso quando diventa vita vissuta, quando il comandamento non è più ordine esterno ma scelta interiore. Allora la siepe non è più limite imposto, ma protezione voluta. Allora la fede non è un’abitudine, ma un cammino esigente. In un tempo che alleggerisce tutto, anche Dio, il Vangelo restituisce peso. Un peso buono, come quello del pane nelle mani. Ci ricorda che la santità non è un’eccezione per pochi, ma una chiamata per ciascuno. E che il compimento non è abolizione: è pienezza che domanda coraggio.

