«Come concilia Teva il sostegno alle Idf e il suo codice etico?»

A Padova ci è nato e cresciuto, la Calabria è la terra di origine di suo padre, a Napoli è stato docente di Medicina del Lavoro della “Federico II” dal 2002 al 2018. Maurizio Manno adesso è in pensione ed è ritornato a vivere a Padova, ma a Napoli ha lasciato comunque un pezzo di vita. Il fine settimana scorso doveva andare in Calabria e ha fatto una sosta a Napoli. È stato lui a leggere la lettera davanti allo stand della multinazionale farmaceutica Teva al PharmExpo di Napoli sabato scorso.
Professore, cosa è successo nel padiglione?
«Io e gli amici di “Sanitari per Gaza Napoli” ci siamo regolarmente registrati il venerdì precedente per entrare alla fiera e leggere la lettera che, nel marzo del 2004, avevo già consegnato nelle mani dell’amministratore delegato di Teva, Umberto Comberiati. Nel pomeriggio siamo entrati tranquillamente e ci siamo avvicinati allo stand della multinazionale».
Nel video messo in rete, si vede lei in piedi su una sedia con la lettera tra le mani e un uomo della sicurezza che la invita con insistenza a scendere.
«Avevo già un equilibrio precario e, quando abbiamo visto avvicinarsi quell’uomo, alcuni colleghi hanno cercato di farmi scudo».
Avevate già capito le intenzioni?
«Sì, ma non abbiamo desistito».
Sempre nel video, si sente lei riferire all’agente della sicurezza di non toccarla, dal momento che ha diciotto viti di titano nell’anca destra e due placche.
«Esattamente. Forse sono stato anche un po’ scortese quando gli ho detto: “Io costo tanto e questo potrebbe essere un problema per te”. Ma avevamo tutto il diritto di portare avanti la nostra contestazione pacifica. Oltretutto la lettera era la stessa che avevo già consegnato all’ad di Teva nella primavera del 2024 in occasione di un convegno che io definisco parascientifico, perché aveva più carattere pubblicitario che altro».
Cosa c’era scritto nella lettera che non poteva essere divulgato?
«Come “Sanitari per Gaza” chiediamo a Teva quale sia la corrispondenza tra le sue azioni di finanziamento da 18 miliardi di dollari all’esercito israeliano, responsabile del massacro di 70.000 palestinesi, e il suo codice etico nel quale l’azienda si dice leader nell’assistenza delle famiglie nel mondo. Dov’è la coerenza con quanto dichiara nel codice etico con i prezzi maggiorati dei farmaci ai palestinesi e l’apartheid sanitaria che mette in atto distribuendo vaccini solo ai coloni israeliani e impedendo l’accesso alle cure ai palestinesi?».
Cosa le disse l’ad di Teva quando le consegnò la lettera?
«Mi strinse la mano e mi assicurò una risposta, che però non c’è mai stata».
Professore, perché secondo lei quando si contesta Israele ci si imbatte sempre in una censura?
«L’argomento è complesso. Sicuramente c’è un senso di colpa inconscio sulla Shoa, su cui però Israele ci marcia. E poi si fa troppa confusione tra ebrei ed israeliani».
Vuole ricordare la differenza?
«Il termine israeliano si riferisce al governo e, in questo caso, a quello di Netanyahu. Il termine ebreo, invece, è più legato al credo religioso. Quindi, le accuse di antisemitismo contro chi si batte per la fine del massacro del popolo palestinese non hanno alcun senso. Poi c’è da dire che i palestinesi sono un popolo disunito e praticano una religione che non è molto vicina a noi, quindi naturalmente si tende a propendere per la democrazia in Medio Oriente».
Quindi, nell’immaginario collettivo è facile accostare i palestinesi al terrorismo?
«Sa cosa disse Andreotti? Disse che se fosse nato in un campo profughi palestinese in Libano, sarebbe diventato un terrorista anche lui. I palestinesi per fortuna sono un popolo tenace. Sono dei resistenti, non dei terroristi».

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