«E’ venuto alla messa delle dieci della domenica delle Palme e ci siamo abbracciati».
Don Maurizio Patriciello, il parroco anticamorra di Caivano, ha riabbracciato Fabio Cagnazzo due giorni dopo la sentenza di proscioglimento dall’accusa di concorso nell’omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassalo.
Cosa le ha detto il colonnello?
«C’erano tanti bambini, abbiamo parlato poco ma l’espressione dei nostri volti diceva tutto».
Siete molto amici?
«Conoscevo già suo padre, il generale Domenico, ma Fabio lo conobbi ad un incontro con gli studenti di una scuola di Fiuggi. All’epoca comandava la compagnia dei carabinieri di Frosinone e volle a tutti i costi invitarmi a pranzo in un locale della zona. Apprezzai subito il suo modo di fare simpatico, burlone, affettuoso, alieno da ogni formalismo».
Poi la notizia del suo arresto per l’omicidio Vassallo.
«Non mi sono mai espresso su quanto accaduto, ma andai a fargli visita nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere e mi accorsi che l’immagine fiera dell’ufficiale che avevo conosciuto era svanita. Davanti a me trovai un uomo in lacrime, distrutto, preoccupato per la vita dei suoi anziani genitori, che si lacerava l’animo dal dolore e dalla vergogna per l’accusa del tutto assurda che gli veniva rivolta».
Adesso invece è stato prosciolto. Come si sente?
«Sono dilaniato dall’affetto che provo per due amici. Da un lato penso al mio amico Dario Vassallo e alla sua famiglia, che dopo tanti anni ha il diritto di sapere la verità su chi ha ucciso Angelo. Ma dall’altro lato non posso che gioire per Fabio perché non ho mai creduto che avesse potuto fare una cosa del genere».
Ha sentito Dario Vassallo in questi giorni?
«Non l’ho sentito, perché mi sento davvero come un papà che ha due figli. Con Dario abbiamo girato una puntata della trasmissione “Commento al Vangelo”. Sono stato con lui ad Acciaroli, abbiamo parlato del brutale assassinio di Angelo, abbiamo pregato insieme sul luogo in cui è stato ucciso e mi sono anche lamentato di come non fosse valorizzato perché non c’era niente che ricordasse il sindaco».
Questo accadeva prima dell’arresto del colonnello Cagnazzo?
«Si, prima del Covid o a cavallo della pandemia».
Cosa si augura per la famiglia Vassallo?
«Che la verità venga a galla. Dopo sedici anni la famiglia e l’Italia intera ha il diritto di sapere chi ha ucciso un sindaco e perché. Guardi, sto seguendo anche il caso Garlasco dove ci sono due giovani a chi è stata rovinata la vita: Stasi, che se innocente, è in galera da anni e Sempio che trascorre la sua vita dietro gli avvocati. Chi è il colpevole? Comunque vadano le cose, la magistratura non ne esce bene».
Non ne esce bene neanche nel caso Vassallo?
«Io sono un prete, ma da quel po’ che capisco si arriva sempre purtroppo a dire che le indagini all’inizio non sono state fatte bene. Penso solo al tempo che hanno impiegato: quindici anni sono tanti. Un familiare potrebbe morire senza conoscere la verità. Cosa che è successo. Bisogna prestare più attenzione, anche perché poi con il tempo vanno scemando testimoni e ricordi. E tutto diventa più difficile».
Quale appello sente di voler lanciare per la ricerca della verità?
“Che le nostre omissioni, le nostre negligenze, le nostre ruberie stanno rubando la vita di qualcun altro. C’è un’economia dello stare insieme che dobbiamo recuperare».
