«Poggioreale, Salerno e Avellino sono diventate le piazze di spaccio più grandi delle rispettive città. Non lo dico io ma i dati».
Aldo Di Giacomo (nella foto), segretario generale del Spp – Sindacato Polizia Penitenziaria – arriva puntuale a mezzogiorno davanti al carcere di Fuorni a Salerno, dove di recente ha incontrato il direttore Carlo Brunetti e la comandante della polizia penitenziaria «molto brava».
A quali dati si riferisce?
«I ritrovamenti di droga, i sequestri di cellulari e l’abbattimento dei droni diventato ormai quotidiano ci dicono che ormai fare entrare droga in carcere è una necessità per chi continua a comandare anche all’interno dell’istituto. E a soffrirne di più sa chi sono?»
Chi sono?
«Sono i detenuti che hanno commesso degli errori per vari motivi e che in carcere diventano strumento dei veri delinquenti».
I tossicodipendenti ad esempio?
«Sì, i soggetti più fragili ma anche coloro che hanno dipendenza da alcol e i malati psichiatrici: ce ne sono almeno 13.000 nelle carceri italiane alla mercé di criminali veri e propri».
Se c’è necessità di droga vuol dire che ha fallito anche il servizio sanitario di disintossicazione?
«Non funziona niente e se non funziona niente è perché oggi abbiamo perso il senso vero del carcere».
La funzione rieducativa?
«Ieri (mercoledì; ndr) è stata presentata una bella proposta alla Camera: non si deve più dure “condannato alla reclusione di tot anni” ma “condannato alla rieducazione di tot anni”. Ma se il cambiamento è solo nei termini da adoperare, non serve a niente. Anche perché poi c’è sempre la tendenza a nascondere le cose brutte».
Quali?
«Le violenze sessuali, di cui nessun parla e di cui non esistono dati perché ovviamente nessun detenuto le denuncerebbe mai sia per paura che per vergogna. La maggior parte dei suicidi dipende anche dagli abusi subìti».
L’arrivo di nuovi agenti potrebbe servire a contenere eventuali rivolte dei detenuti?
«Le rivolte andrebbero prevenute e contenute solo se necessarie, Ci dotano di manganelli, scudi, peperoncini ma bisogna fare in modo che queste rivolte non accadano o che quanto meno rientrino subito. Semmai anche usando la forza, ma mai la violenza».
Insomma, non come è successo a Santa Maria capua Vetere nel 2020?
«Quella è stata pura violenza ed io l’ho denunciato subito: chi ha usato violenza va punito. La manganellate non sono giustificate, fermo restando che a fronteggiare situazioni particolari devono essere agenti formati. Invece c’è carenza anche in questo senso. Su diecimila recenti assunzioni, mille agenti si sono dimessi tra la fine del corso e l’inizio del lavoro».
Com’è la situazione nel carcere di Fuorni?
«Drammatica, sia per sovraffollamento che per la carenza di organico. Arriveranno cinque nuovi agenti nei prossimi mesi, ma non sono sufficienti».
Perché?
«Ho notato che c’è una disorganizzazione all’interno dell’istituto di cui parlerò con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per cercare di migliorare questa confusione organizzativa che secondo me è notevole».
Ed Avellino?
«Uno degli istituti più complessi, ma non meno di Poggioreale e Salerno. Situazioni esasperate anche dalla presenza di una forte concentrazione di delinquenti di spessore. Dei 64mila detenuti in Italia sono circa 10mila i più pericolosi».

