Una «prassi consolidata e attuata da Oppido» al Monaldi quella che non richiede al primo operatore, cioè al primario, di sottoscrivere il referto operatorio. Che nel caso del trapianto fallito di Domenico Caliendo sarebbe stato stilato telematicamente da Emma Bergonzoni tre giorni dopo l’intervento nefasto e firmato solo dalla collaboratrice ed altri due medici. Ma non da Oppido.
Eppure è la Bergonzoni, nel corso dell’ultimo interrogatorio reso al gip a fine maggio, a parlare di «prassi consolidata» – sebbene contraria alle linee guida, come spiegò ai pm anche il cardiochirurgo del Monaldi, Claudio Marra – e a svelare che la mattina successiva al trapianto Oppido le chiese se avesse stilato il referto e, alla sua risposta negativa «perché troppo scossa», il primario le disse che avrebbe fatto bene perché avrebbe voluto partecipare anche lui alla stesura dell’atto.
Così la collaboratrice «su sua indicazione (di Oppido, cioè)» scriveva una bozza dell’atto e gliela inviava tramite Whatsapp. Il primario non la rispose subito, così il 26 dicembre la Bergonzoni «lo chiamava al telefono e sistemavano l’atto, confrontandosi soprattutto sui termini da usare relativi al ghiaccio secco».
Perché? «Il movente – scrive il gip – era orientato ad anteporre gli interessi personali all’accertamento della verità pretesa in primis dai genitori di Domenico».

