Unire l’esperienza delle diverse generazioni per provare a costruire una città che sia comunità e non un luogo dove residenti e turisti si “incrociano” quasi casualmente. È questa la base su cui Elisabetta Barone, aspirante sindaco sostenuta da “Semplice Salerno”, ha costruito la proposta per la città in vista del voto del prossimo 24 e 25 maggio.
«La nostra compagine vede fianco a fianco candidati di 18 anni e ultrasettantenni, questo perché riteniamo che l’alleanza tra generazioni sia la forza della nostra presenza. È necessario riammagliare non solo i quartieri della città, ma anche persone Persone che vanno rimesse insieme non in opposizione, ma valorizzando l’esperienza di ciascuno in un rapporto di generosità in cui i più adulti non sono predatori del futuro dei nostri giovani, ma si mettono accanto a loro valorizzando i loro talenti e aiutandoli ad esprimere le loro potenzialità».
Qual è l’obiettivo di “Semplice Salerno”?
«Il nostro movimento, nato cinque anni fa, ha come obiettivo quello di restituire la città ai cittadini valorizzando l’esperienza di ciascuno, valorizzando la partecipazione, impegnandosi ad essere responsabili della comunità a cui si appartiene. In questo, naturalmente, emerge il mio profilo di educatore e di persona che pensa alla città come comunità educante che accompagna i suoi cittadini ad essere gli uni per gli altri presenza di cura, di ascolto, di sostegno, ma anche supporto allo sviluppo. Vogliamo tirare fuori le persone dal ripiegamento su se stese. La nostra è una visione di partecipazione, che pensa alla città come comunità e non come spazio».
Lei negli ultimi cinque anni è stata in consiglio comunale, che bilancio traccia di questa esperienza?
«Se dovessi fare un battuta direi che mi sono fatta un fegato così. In questi anni ho scavato nelle carte dell’amministrazione e ho acquisito conoscenze relative alle determine attraverso le quali l’amministrazione ha ordinano spese e pagamenti. L’analisi del bilancio ha attratto particolarmente la mia attenzione perché se non è in predissesto ci è molto vicino, tanto che abbiamo dovuto aderire al salva città. Questo ha significato spalmare 170 milioni di debiti in 20 anni. Abbiamo impegnato risorse non solo del presente ma anche del futuro. È stato predato il futuro della città. A dispetto della grandezza raccontata il Comune è in crisi profonda, non riesce a garantire i servizi essenziali perché ha sperperato le risorse».
Come vede il futuro di Salerno?
«Il futuro è possibile se ci riprendiamo la città, se la liberiamo da una amministrazione ormai incrostata su percorsi già visti che non porteranno sviluppo, non ci sono riusciti in trenta anni. Se non liberiamo Salerno da questo modello di gestione non ci sarà futuro».
Qualche spunto programmatico?
«Il primo punto è relativo alla ristrutturazione degli uffici comunali, l’amministrazione deve diventare sempre più efficace ed efficiente, non ci possono volere 21 giorni per un certificato o una carta d’identità. Davvero ci sono tempi che non sono coerenti con un’amministrazione del XXI secolo. Obiettivo essenziale, accanto a questo, la trasparenza: l’ente deve essere trasparente perché ha un contatto diretto ed immediato con i cittadini.
È poi necessario ripensare completamente l’offerta turistica città, che non più essere luogo di permanenza notturna di turisti che poi vanno fuori, oggi siamo solo un dormitorio. Occorre rilanciare l’immagine di una città dove è possibile permanere, attraverso una offerta culturale che non è fatta solo di luoghi, ma anche di eventi culturali e musicali che attraversino tutta la città, in una programmazione annuale che non lasci alcun mese vuoto. Tutto questo necessità di una visione e programmazione strategica, per questo serve un esperto di marketing territoriale».

