Non è colpevole di omicidio come ha stabilito venerdì scorso il gup di Salerno, Giuseppe Rossi, che lo ha prosciolto dall’accusa di concorso in omicidio dell’assassinio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo. Ma Fabio Cagnazzo una colpa l’ha avuta ed è stata la sua «foga investigativa».
Lo scrivono i giudici del collegio del Riesame di Salerno che ieri hanno depositato l’ordinanza dopo l’annullamento con rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, lo scorso dicembre, sui gravi indizi di colpevolezza a suo carico. Che però sembrano prendere in considerazione un’altra ipotesi: «Se mai vi fu da parte sua un depistaggio a carattere doloso – scrivono – esso si sostanziò nelle condotte successive, evidentemente poste in essere solo dopo aver appreso l’identità dei veri responsabili dell’omicidio, presumibilmente a lui collegati, e dunque – al più – in funzione del loro favoreggiamento personale».
La sua «foga investigativa» è apparsa subito palese già nel momento in cui è stato scoperto il cadavere del sindaco la notte tra il 5 ed il 6 settembre 2010, quando poche ore dopo ha orientato le indagini verso Bruno Damiani “il brasiliano”, «il perfetto colpevole» come scrisse il gip che a novembre 2024 firmò il suo arresto «in quanto soggetto violento, prevaricatore e dedito allo spaccio».
Ma un carabiniere «dalla lunga esperienza» come Cagnazzo avrebbe mai potuto sollecitare la prova dello stub ad una persona che sapeva essere estraneo al delitto? È possibile che «avesse operato in una maniera così sprovveduta ed irrazionale, che non sembra giustificabile neppure in un militare alle prime armi»? La risposta è no.
Eppure la sua «foga investigativa» ha fatto sì che il colonnello fosse uno dei uno dei primi ad arrivare sulla scena del delitto – prima ancora dei colleghi del nucleo investigativo di Salerno – e l’avrebbe «inquinata attraverso la manipolazione dei bossoli presenti sulla strada» ma anche gettando mozzicone di sigaretta che, però per i giudici, non rappresenterebbero comportamenti finalizzati al depistaggio «di un progetto criminoso» organizzato con Lazzaro Cioffi e Giuseppe Cipriano (rinviati invece a giudizio).
Del resto le dichiarazioni di Romolo Ridosso sul suo coivolgimento sono state ritenute «inattendibili e frutto di una sua logica deduttiva», tali da rendere inutilizzabili anche quelle del pentito Eugenio D’Atri con cui Ridosso si sarebbe confidato.
Ma anche nei giorni successivi alla scoperta dell’omicidio, quando le attività investigative erano alla prime battute, si sarebbe «intromesso pesantemente nelle indagini senza averne la competenza funzionale».
L’acquisizione dei filmasti ripresi dalle telecamere nel negozio di telefonia nella piazzetta di Acciaroli, la loro «mancata consegna alla procura» e «l’estrapolazione dei fotogrammi indizianti della responsabilità di Damiani, le annotazioni investigative che richiamavano fonti confidenziali sul coivolgimento del Brasiliano, l’audizione di un carabinieri in vacanza che aveva affittato una casa vicina al luogo del delitto oppure «la trasfigurazione ad arte di informazioni raccolte da terzi» come quando riferì ai parenti del sindaco ucciso che alcuni ormeggiatori avevano visto il Brasiliano disfarsi di una pistola: tutte attività investigative «obiettivamente eccentriche» che hanno portato i giudici a scrivere che «Cagnazzo ha senz’altro influito, ed in maniera determinante, sulle indagini volte ad individuare i responsabili dell’omicidio».
Ma non si è trattato di depistaggio. O almeno non lo è stato per quanto riguarda il «previo accordo criminale».

