Omicidio Vassallo: Non è stato Cagnazzo

Non c’entra niente. Il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, arrestato a novembre 2024 con l’accusa di concorso omicidio nell’assassinio di Angelo Vassallo, è stato prosciolto. Lo ha deciso ieri il gup Giuseppe Rossi tra lo stupore di tutti. Dei familiari del sindaco di Pollica e dei loro avvocati ma anche dei difensori del colonnelo e degli altri imputati.

Il brigadiere Lazzaro Cioffi, l’imprenditore dei cinema Giuseppe Cipriano (detto Peppe Odeon) e Giovanni Cafiero (accusato solo di aver organizzato il traffico di droga ad Acciaroli) sono stati invece rinviati a giudizio. Per loro il processo comincerà il prossimo 9 luglio dinanzi alla Corte d’Assise di Salerno.

Per Cagnazzo, invece, è tutto finito. Avrebbe potuto sentirlo con le sue orecchie il «non luogo a procedere» pronunciato dal giudice. Invece non era presente, sebbene fosse arrivato presto per assistere per la prima volta all’udienza. Con il volto nascosto sotto al visiera del berretto blu. Irriconoscibile. Al punto che quando ha cercato di varcare la soglia dell’aula è stato fermato dai carabinieri che gli hanno chiesto di identificarsi.
«Sono il colonnello Cagnazzo», ha risposto e le porte gli sono state aperte. Ma non ha resistito più di mezzora, seppure c’erano i suoi avvocati Agostino De Caro ed Ilaria Criscuolo a giocare le ultime carte nell’arringa difensiva.

«Io non ho fatto niente», dice poco prima di lasciare la Cittadella. È nervoso, agitato, stremato. «Non ho ucciso nessuno e lo dimostrerò. Sono sereno», aggiunge con un tono di voce deciso ma, allo stesso tempo, tremante di rabbia e di emozione. Perché va via allora Cagnazzo? «Perché non ce la faccio più a sentire le solite bugie». L’accusa che sembra pesargli di più è l’aver depistato le indagini sull’omicidio. Una macchia indelebile per un uomo a servizio dello Stato, cresciuto a pane e divisa che da quasi due anni non indossa più che, in attesa della decisione del Tar, potrebbe ritornare a portare.

Se potesse tornare indietro dice che rifarebbe tutto ciò che ha fatto. Anche acquisire le telecamere del negozio di telefonia nella piazzetta di Acciaroli prima dei suoi colleghi delegati alle indagini? Farebbe anche quello, perché sostiene di non averle mai manomesse.

Sono da poco passate le undici del mattino quando esce dalla Cittadella. Intanto nell’aula, l’udienza continuerà per un’altra ora abbondante anche se corre voce che neanche stavolta il giudice deciderà sul rinvio a giudizio. Per presunte ragioni di incompatibilità: il gup dovrà anche giudicare l’ex pentito Romolo Ridosso che ha chiesto di procedere con il rito abbreviato.

Ma a mezzogiorno lo scenario cambia: non c’è incompatibilità, Rossi può decidere e rimanda la decisione a tre ore dopo.
Così, quando alle tre e un quarto del pomeriggio si sente il suono della campanella che annuncia l’arrivo del giudice, nell’aula 8 della palazzina B della Cittadella Giudiziaria il clima diventa molto teso. L’emozione è forte. La tensione si taglia con un coltello. Lazzaro Cioffi è sempre in piedi dietro la staccionata di legno che separa la postazione di giudici e avvocati dall’area riservata alla parti civili.

Chi deve lasciare l’aula lo fa, chi ha diritto di restare occupa le sedie in fondo alla stanza. C’è Antonio, il figlio di Angelo, sua madre Angela e suo zio Massimo. E quando il giudice pronuncia la formula del «non luogo a procedere» nei confronti di Cagnazzo, chi è rimasto in aula dice che è calato un silenzio agghiacciante.
Pochi minuti esce Antonio. Ha un’espressione di dolore mista a rabbia, non parla con nessuno e si allontana. Sua madre Angela non nasconde la rabbia. «L’unica che dovrebbe piangere sono io».

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