«È facile dare la colpa al gestore ma le speculazioni sono altrove».
Bruno Bearzi, presidente Figisc Confcommercio (gestore impianti carburanti) e componente del consiglio nazionale della confederazione del commercio, ha lasciato da poco il tavolo della Commissione di Allerta Rapida convocato dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, dove ha illustrato un report sull’aumento dei prezzi del carburante in Italia registrato nella prima settimana del conflitto in Medio Oriente.
Presidente, come si colloca l’Italia rispetto alla media europea?
«I rincari sono in linea. Anzi, rispetto alla Germania registriamo percentuali molto più basse. Tanto per capirci, se in Germania il costo della benzina alla pompa ha subito un rincaro di quasi 19 centesimi, in Italia registriamo un aumento di 0,07 7 centesimi».
E il gasolio?
«In Germania siamo a + 0,35 centesimi mentre in Italia a + 0,15. Questo per far capire che il problema non è legato alla filiera nazionale ma è connesso a quella sovranazionale».
Dunque le pompe di benzina non stanno speculando sulla guerra, come vengono accusate di fare?
«Guardi, le pompe hanno un margine di guadagno pari a 0,3 centesimi lordi al litro. Oltretutto sono tenute a rispettare le tempistiche di adeguamento dei prezzi che si dicono “consigliati” ma in realtà sono imposti dalle compagnie petrolifere».
Che hanno invece margini di guadagno pari a?
«0,6 centesimi lordi al litro, quindi un netto pari allo 0,24 centesimi, e fissano il prezzo seguendo quelle che sono le regole del mercato internazionale».
E qui entrano in gioco le quotazioni in borsa.
«La vera partita a poker si gioca qui, perché le tensioni sul mercato, generate dai conflitti, provocano un aumento del prodotto finito. Noi non utilizziamo un prodotto grezzo, ma raffinato che ovviamente si riflettono sui consumi e quindi sulle pompe».
Quindi la vera e sola speculazione la fanno le Borse?
«Durante la contrattazione dei future, cioè la vendita e l’acquisto di barili virtuali. E questi scambi di “petrolio di carta”, fatti a certi livelli, determinano i rincari del prodotto finale che utilizziamo noi. Pensi che l’Italia importa dallo Stretto di Hormuz appena il 10% del grezzo».
Eppure il rincaro si sente. Soprattutto per quanto riguarda il gasolio. Come è possibile?
«Il gasolio sconta un altro problema. Negli anni passati l’Italia era uno dei maggiori Paesi esportatori di prodotto raffinato. Oggi la maggior parte delle raffinerie sono chiuse o sono state convertite in biocarburante».
Che prospettive vede per il futuro?
«Se la guerra non finisce in tempi brevi comincerà a risentirne maggiormente il comparto agricolo. Non solo per il prezzo del carburante, ma anche per quello dei fertilizzanti, il cui trasporto potrebbe aggravare una situazione già delicata».

