Cuore bruciato, le urla del chirurgo di Innsbruck

Se il primario Guido Oppido sferra un calcio al termosifone quando, nella sala operatoria del Monaldi si rende conto che il cuore è «duro come una pietra» e il clampaggio su quello di Domenico è stato già fatto da almeno un quarto d’ora, tre ore prima, nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio di Bolzano, è il chirurgo di Innsbruck ad alzare la voce perché qualcosa nell’espianto è andato storto.


È l’anestesista dell’equipe di Bolzano a raccontare cosa accade il 23 dicembre nella sala operatoria dell’ospedale altoatesino.
Alle 11 la dottoressa Gabriella Farina è arrivata da pochi minuti in sala operatoria con un suo collaboratore.
«Il team di Napoli – dice – non aveva con sé un perfusionista» che potesse iniettare nel cuore da espiantare il liquido cardioplegico che entra dall’aorta e serve a pulire il cuore dal sangue, a tenerlo fermo e a raffreddarlo. «La chirurga ha detto che non avevano il perfusionista e ha chiesto che l’infusione venisse fatta da qualcuno», ha ribadito l’anestesista aggiungendo che «la chirurga ha indicato il tempo necessario e la quantità di liquido da perfondere». Cioè «50 ml in 6-8 min, come da cartella clinica».


Alle 11.07 comincia la perfusione, ma viene interrotta «perché il chirurgo di Innsbruck ha protestato alzando la voce». Così nel cuore da espiantare sarebbero stati iniettati solo 700ml di liquido, cioè due terzi di quello richiesto.


Ma perché il chirurgo di Innsbruck – che era lì per espiantare reni e fegato del piccolo donante – ha protestato?
Il chirurgo austriaco si era accorto – così come l’anestesista – che man mano che si iniettava il liquido cuore e fegato si gonfiavano. Il taglio fatto sulla vena cava, che permette al liquido di uscire una volta iniettato – «perché è una sorta di lavaggio» – sarebbe stato troppo piccolo e non ne permetteva l’uscita.
«So che poi il chirurgo di Innsbruck ha risolto la situazione e la tensione è scesa», conclude l’anestesista.


A quel punto l’espianto sarebbe stato completato e l’organo sarebbe stato messo nel box frigo – «da campeggio» come lo hanno definito a Bolzano – con il ghiaccio quasi sciolto e la richiesta da parte della Farina di altro ghiaccio che le sarebbe stato fornito secco, contribuendo maggiormente a danneggiare il cuore. Visto che, come risulta dalle dichiarazioni del team medico altoatesino, l’equipe di Napoli non aveva con sé neanche le buste di plastica per evitare che l’organo venisse in contatto con il ghiaccio.


«La catena degli errori ormai è stata ricostruita. La procura di Napoli ha le idee ben chiare – dichiara l’avvocato della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi – il tentativo di occultamento è stato sventato grazie al sequestro della cartella anestesiologica. Ora chi deve pagare, paghi».


Mentre ieri pomeriggio l’avvocato con mamma Patrizia e papà Antonio stava andando a Roma per partecipare ad un evento di beneficenza organizzato dall’associazione “Un cuore per tutti”, la direzione del Monaldi annunciava l’accordo con il Bambin Gesù di Roma, in base al quale un’equipe dell’ospedale pediatrico romano (cardiochirurgo, anestesista, infermiere ferrista e perfusionista) lavorerà per tre mesi a Napoli fornendo un supporto per i casi più delicati.

Ma l’ospedale non sa ancora che l’avvocato Petruzzi ha ricevuto il mandato di “indagare” sulla morte di un bimbo trapiantato al Monaldi nel 2021, che avrebbe ricevuto un cuore trasportato in un box frigo (nel video) simile a quello usato per Domenico.

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