SALERNO – Se Il fallimento della società “Edizioni Salernitane” – che nel 2017 ha acquistato da Gedi (ex Di Benedetto) la proprietà del quotidiano “La Città di Salerno”, con tanto di marchio e testata – è stato la conseguenza di una bancarotta semplice o fraudolenta dovrà deciderlo la Corte di Cassazione.
I patteggiamenti accordati dal gup di Salerno, Annamaria Ferraiolo, all’inizio dello scorso dicembre, nei confronti dell’imprenditore della sanità Giovanni Lombardi (nella foto) e dell’imprenditore ebolitano della distribuzione dei quotidiani Vito Di Canto (11 mesi di reclusione convertiti in una multa da 16.500 euro) – oltre che della figlia di quest’ultimo e di una serie di amministratori che si sono succeduti durante i vari trasferimenti di società – sono stati appellati dalla procura generale di Salerno.
Nella sua richiesta di appello il sostituto pg Giancarlo Russo ha difatti sostenuto la tesi dell’avvocato Francesco Saverio Dambrosio (che rappresenta gli ex giornalisti della “Città” licenziati in tronco dalla nuova proprietà): cioè che la sentenza di patteggiamento sia stata emessa – contrariamente a quanto avesse precedentemente disposto il gip nella sua ordinanza di imputazione coatta dello scorso luglio – sulla contestazione del reato di bancarotta semplice e non invece fraudolenta come fu stabilito dal gip in origine.
Ma, al di là dell’appello in Cassazione, un’altra tegola si è abbattuta sulla società che edita il quotidiano salernitano.
Si tratta della sentenza di secondo grado della Corte d’Appello di Salerno (sezione lavoro) che ordina anche all’attuale compagine societaria che edita il quotidiano “La Città” il reintegro dei lavoratori licenziati e il pagamento di tutte le retribuzioni mancate «a far data – si legge nel provvedimento – dal 25 febbraio 2019 fino all’effettiva reintegrazione in azienda».
Secondo i magistrati infatti i vari passaggi di società – dalla prima “Edizioni Salernitani” alla seconda “Editori Regionali Campania” fino alla “Quotidiani Locali s.r.l.” (ora “Fondazione Vito di Canto e.t.s” – sarebbero stati «simulati». Nel senso che, nonostante le cessioni di marchio e testata da una compagine all’altra avvenute nel corso degli anni, i giudici hanno ravvisato comunque «una continuità nell’organizzazione aziendale, persino per quanto riguarda i rapporti contrattuali».
Inoltre, la prova di questa continuità starebbe nel fatto che il quotidiano “La Città” ha continuato ad usare (e continua a farlo tuttora) «la stessa testata, la stessa veste grafica, lo stesso direttore responsabile, nonché alcuni dei giornalisti e collaboratori precedenti ma anche la stessa numerazione sequenziale di pagine, la stessa concessionaria di pubblicità, la stessa tipografia e perfino la stessa società di distribuzione».
Cioè quella che fa capo ai Di Canto.
Dunque, per i giudici, è come se la società che edita il quotidiano non sia mai passata in mani diverse. E se lo ha fatto, il cambio è stato solo apparente. Perché nella sostanza non ha mutato nulla se non l’organico licenziando dodici giornalisti e abbattendo i costi degli stipendi.

