«E’ una storia terribile, difficile da commentare perché c’è in ballo la vita di un bimbo di due anni e perché mi riesce davvero difficile capire come sia stato possibile che i colleghi del Monaldi, che è un’eccellenza, si siano trovati impelagati in questa vicenda».
Giuseppe Di Benedetto, ex primario della Torre Cardiologica di Salerno e dell’ospedale Pineta Grande di Castel Volturno, non nasconde le sue perplessità sul caso del cuore bruciato impiantato al piccolo Tommaso.
Professore, come è possibile che nessuno dei medici si sia accorto che il cuore era bruciato?
«Prima di tutto “bruciato” è un termine usato in maniera poco adeguata. Un organo non può essere bruciato, semmai scottato in qualche sua parte e quindi danneggiato».
Il danneggiamento di un organo è facilmente visibile all’occhio umano?
«Quando il cuore espiantato viene tirato fuori dal contenitore termico appare afflosciato, perché privo di sangue. Quindi, anche al tatto, risulta molto morbido e quindi apparentemente normale. A quel punto bisognerebbe capire se questa morbidezza è patologica o fisiologica».
Che succede qualora sia patologica e nessuno se ne accorge?
«Che il problema emerge quando si cerca di caricare il cuore dopo essere stato impiantato e il cuore non riesce a pompare».
Cosa che potrebbe essere accaduto nel caso di Tommaso.
«Probabile, ma anche questo è difficile da asserire».
Se invece si tratta di una morbidezza fisiologica?
«Il trapianto sarebbe riuscito, ma non è detto che non si potevano verificare eventi avversi anche con un cuore normale».
Qual è la procedura da seguire per l’espianto del cuore?
«Prima dell’espianto viene iniettata nel cuore una soluzione fredda, chiamato cardioplegia, che ha una temperatura tra i 3 e i 4 gradi che consente di raffreddare al massimo il tessuto cardiaco di modo che questo sopravvive per 3 o 4 ore».
Il tempo necessario per il trasporto da Bolzano a Napoli?
«Sì, è una procedura prevista da un protocollo rigido che prevede, dopo l’espianto, la conservazione in un box termico riempito con ghiaccio».
Ghiaccio a secco o ghiaccio normale? Questo è uno dei punti su cui indaga la procura.
«Di solito si usa il ghiaccio normale, a cubetti molto piccoli o tritato. Ma non so se sono cambiate le Linee Guida e se adesso è consentito anche usare il ghiaccio secco».
Che differenza c’è tra secco e normale?
«Il secco, ammesso che sia utilizzabile, ha il vantaggio di avere una temperatura molto più bassa ed è capace quindi di mantenere una bassa temperatura più a lungo. Inoltre è molto più gestibile, nel senso che resta compatto per due o tre ore».
Quindi se anche il ghiaccio secco potesse andar bene, cosa secondo lei potrebbe essere andato storto?
«Non so, Potrei dirle cosa prevede il protocollo».
Cosa prevede?
«Che l’organo espiantato ed inserito nella borsa termica, non deve mai venire in contatto con il ghiaccio, altrimenti può ustionarsi».
Quindi c’è bisogno di un ulteriore imballaggio che lo isoli dal ghiaccio?
«Sì. Prima di essere inserito nel box termico, il cuore va imballato in una busta di plastica o altro materiale riempito di soluzione fisiologica al fine di evitare che il ghiaccio venga a contatto diretto con l’organo. L’importante in ogni caso è mantenere una temperatura che oscilla tra i 3 e i 4 gradi».
Questa ulteriore protezione è necessaria anche quando si usa il ghiaccio normale?
“Sì, come dai protocollo».
Cosa si augura per Tommaso?
«Che venga trovato al più presto un nuovo cuore, anche se purtroppo se sono già compromessi alcuni organi tipo rene, fegato e polmoni non credo che possa essere ipotizzabile un nuovo trapianto».

