NAPOLI – La sua ultima spina nel fianco è stata Gennaro Grosso, detto Micio, che fu immortalato nella foto dell’incontro “di pace” tra il patron Aurelio De Laurentiis e alcuni rappresentanti dei gruppi organizzati della tifoseria napoletana il 16 aprile 2023 all’Hotel Britannique.
Micio è uno dei capi del gruppo “Masseria”, sigla della Curva A dello stadio Maradona, che il mese dopo sarà arrestato perché considerato uno degli organizzatori delle violenze scoppiate dopo la partita Napoli-Ajax.
Ma Grosso fu anche indicato dal pm napoletano Antonello Ardituro come uno dei protagonisti degli scontri di ottobre 2021, quando via Santa Lucia fu devastata e del presunto pressing contro alcuni esponenti dell’ex giunta comunale in occasione della realizzazione della statua di Maradona.
Quando si diffuse la notizia del suo arresto e che la procura Antimafia di Napoli stava indagando sui rapporti tra la società e gli “impresentabili delle curve”, il dirigente della società, Alessandro Formisano, dichiarò ch Grosso si era intrufolato nella foto quanto il presidente era già in posa con gli altri supporters.
Quella del 2023 è l’inchiesta più recente portata avanti dalla Dda di Napoli sulle presunte pressioni che la società del Napoli avrebbe potuto subire dalle tifoserie organizzate.
In uno dei verbali di indagini la procura napoletana scrisse che De Laurentis «fu costretto a sedersi con gli ultrà».
L’inchiesta non si è ancora chiusa, anche se De Laurentiis ha sempre cercato di stare lontano dalle frange più violente della tifoseria napoletana.
A dirlo ai magistrati fu Maurizio Prestieri, boss del narcotraffico internazionale che, nel 2014, diventa collaboratore di giustizia e disegna ai magistrati la geografia territoriale con cui la camorra si spartisce il controllo delle tifoserie organizzate.
«“Masseria Cardone” – disse -con il clan Licciardi, “Teste Matte” fa riferimento ad un clan dei Quartieri Spagnoli, mentre il gruppo “Mastiffs” mi risulta affiliato ai Licciardi”.
Nel 2019 dirà pure che «le gestioni Ferlaino e Corbelli avevano una sorta di sottomissione al tifo organizzato, nel senso che se i predetti non davano biglietti e pass ricevevano contestazioni e minacce. Non mi risulta che ciò accada per la gestione De Laurentiis, che ha sempre improntato la direzione della società con un certo distacco dal tifo organizzato».
Le parole di Prestieri contraddicono la prima spina nel fianco di De Laurentiis: Gennaro De Tommaso, meglio conosciuto come “Genny ‘a carogna”.
Condannato in appello per traffico internazionale di droga, il boss dei “Mastiffs” si pente parla ai pm napoletani di pressioni per far assumere un ex calciatore come dirigente del settore giovanile e di un presunto monopolio nell’acquisto dei biglietti per le trasferte in Champions e in Europa League: «Milleduecento – dice – che ci venivano venduti prima che potessero acquistarli gli altri».
A quel punto la procura apre un’inchiesta per accertare eventuali riscontri alle parole di Genny.
Prima di Genny però è stata l’allora pm della Dda di Napoli, Enrica Parascandolo, a raccontare alla commissione antimafia a palazzo San Macuto della presenza nel 2010 del boss Antonio Lo Russo – non ancora latitante – allo stadio Maradona (all’epoca si chiamava ancora San Paolo) che era solito assistere alle partite del Napoli da bordo campo.
E Lo Russo non era l’unico uomo del clan a farlo: nel campionato 2009/2010 molti sodali entravano come giardinieri, fotografi ed operatori tv.
Lo Russo però era riuscito anche a trovare un equilibrio nei difficili rapporti tra le curve, grazie al suo presunto legame con il “Pocho” Lavezzi: era riuscito a mettere tutti d’accordo nell’esporre uno striscione di solidarietà al centrocampista in cambio della promessa che non sarebbe mai andato via da Napoli.
Due anni dopo il “Pocho” firmò con il Paris Saint Germain.

