La Cassazione salva Cagnazzo. «Ridosso non è attendibile»

SALERNO – Reticente. Inattendibile. Contraddittorio. Se per i giudici della Cassazione, Romolo Ridosso è tutto questo, allora rischia di crollare l’intero impianto accusatorio che incentra sul traffico di droga il movente dell’omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo.


Le motivazioni che hanno spinto la quinta sezione della Cassazione ad annullare con rinvio (al Tribunale del Riesame di Salerno) l’ordinanza che ha scarcerato sì il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo confermando però i «gravi indizi di colpevolezza» nei suoi confronti, ruotano tutte intorno alla figura dell’ex pentito di camorra a cui è stato già in passato revocato il programma di protezione.
I motivi della sentenza


«Ha colto nel segno», scrivono i giudici della Suprema Corte, il secondo motivo del ricorso presentato dai difensori di Cagnazzo, Agostino De Caro e Ilaria Criscuolo, che avevano puntato proprio sulle «incongruenze» delle dichiarazioni di Ridosso rese ai pm negli ultimi otto anni in ben 19 interrogatori. Incongruenze di cui il Riesame non avrebbe tenuto conto.


La reticenza
Del sopralluogo ad Acciaroli, effettuato con Giuseppe Cipriano (Peppe Odeon, coimputato) ad Acciaroli due giorni prima dell’omicidio, ne parla per la prima volta Salvatore Ridosso, figlio di Romolo, che lo aveva taciuto per timore di un suo possibile convolgimento nell’omicidio. La famosa «trappola», di cui parlò, che Cipriano gli avrebbe teso per confondere le indagini.


L’inattendibilità
Ma è anche sul motivo di tale visita ad Acciaroli che i giudici della Suprema Corte ritengono Ridosso inattendibile. Al pentito Eugenio D’Atri, che incontra in cella, l’ex collaboratore di giustizia racconta che Vassallo sarebbe stato ucciso per aver scoperto un traffico di droga messo su probabilmente da Cioffi, Cipriano e Raffaele Maurelli, senza fare il nome i Cagnazzo. Ma poi ai pm negherà quanto riferito a D’Atri.


La contraddittorietà
A marzo 2025, infatti, Ridosso, racconta ai pm che il movente dell’omicidio sarebbe da ritrovare nelle mancate concessioni che il sindaco Vassalo aveva negato a Giuseppe Cipriano. Non solo. Mentre a D’Atri rivela la partecipazione all’omicidio di Cagnazzo, dell’ex brigadiere Lazzaro Cioffi, di Cipriano e del carabiniere Luigi Molaro, nella versione resa ai pm scompare il nome di Cagnazzo. «Ne viene – scrivono i giudici – che le dichiarazioni rese da D’Atri Eugenio, apprezzate in questi termini, non possono rappresentare un elemento di obiettivo riscontro delle propalazioni di Ridosso Romolo, con particolare riferimento alla posizione dell’imputato Cagnazzo Fabio». E seppure fosse stato così, il presunto «interessamento» di Cagnazzo al traffico di droga sarebbe frutto di un «ragionamento deduttivo» di Ridosso.


Il ruolo di Cagnazzo
A questo punto, si chiedono i giudici della Cassazione, come sarebbe stato coinvolto il colonnello dei carabinieri nel delitto? «L’argomento centrale» verte sul presunto «depistaggio» e sulla presunta «rassicurazione» di cancellare le tracce della presenza di Ridosso padre e figlio nonché di Cipriano, ad Acciaroli nei due giorni precedenti l’omicidio «requisendo» per primo i filmati delle telecamere di sorveglianza nella piazzetta che dà sul porto. La «questione telecamere» è riconducibile ad «un accordo preventivo relativo all’inquinamento delle indagini» oppure «ad un comportamento non indicativo del rafforzamento del proposito criminoso altrui»?


È questa la domanda che i giudici supremi rivolgono al Riesame, a cui chiedono di «operare una nuova convincente valutazione», già sollecitata in passato e a cui il Riesame non aveva risposto.

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