SALERNO – Ieri è stata la prima volta che l’ex consigliere regionale Nino Savastano non si è presentato in tribunale.
Ha atteso la sentenza a casa, tra le telefonate fatte ai suoi avvocati e ricevte dai suoi difensori. In modo sereno, dice chi gli è da sempre vicino, ma sarebbe stato ipocrita nascondere l’ansia.
Se fosse arrivato nell’aula 107 della Cittadella Giudiziaria, poco dopo le quattro di ieri pomeriggio, Savastano avrebbe sentito dalla voce della presidente del collegio Lucia Casale la lettura del dispositivo di assoluzione e quella formula «perché il fatto non sussiste» che tanto anelano tutti gli imputati di reati come la corruzione, che spezzano vite e carriere politiche.
Ieri il “Sistema Salerno”, raccontato nelle 290 pagine di ordinanza di custodia cautelare del gip Gerardina Romaniello, che nell’ottobre del 2021 decise l’arresto del “ras” delle cooperative Fiorenzo “Vittorio” Zoccola e dei domiciliari per Nino Savastano, eletto da un anno al consiglio regionale, è stato smontato dall’assoluzione con formula piena. Che – in attesa delle motivazioni – significa solo una cosa: tra Zoccola e Savastano non ci fu alcun patto corruttivo. Cioè l’ex consigliere regionale non sarebbe stato eletto grazie ai voti Zoccola e quest’ultimo non avrebbe “macinato” preferenze a favore del primo.
La cena al ristorante “Il Golfo” ci fu. Così – come dichiarò durante l’interrogatorio Zoccola – ci sarebbe stata anche l’indicazione di voto da parte dell’ex governatore Vincenzo De Luca sulla ripartizione tra Savastano (70 per cento) e Franco Picarone (30 per cento). Ma l’assoluzione di ieri testimonia che quello non fu un patto corruttivo. Del resto l’archiviazione della posizione di De Luca, indagato e poi escluso dal processo, poteva essere già il segnale che anche il castello accusatorio dell’inchiesta principale si sarebbe sgretolato a breve.
E così è stato.
Resta solo un neo in questa storia di indagini, di processi e di “Sistema”: la condanna a due anni di Fiorenzo Zoccola per turbativa d’asta e 300 euro di multa.
Zoccola ieri in aula c’era. Ha seguito l’udienza seduto accanto al suo avvocato. Cordiale con i giornalisti, ma è apparso teso e un po’ nervoso.
Dopo la lettura del dispositivo il suo difensore, l’avvocato Gaetano Manzi ha annunciato che presenterà appello dopo aver letto le motivazioni della sentenza.
«I bandi erano europei – ha ribadito Manzi – e tutti avrebbero potuto partecipare, ma erano anche antieconomici. Troppo cari. Il mio assistito non era a capo di nessun “cartello”. Ma questo lo dimostreremo in appello ed avremo ragione».

