“Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono” (Mt 4,18-22).
Il vangelo di questa domenica si apre con un avverbio che non ammette ritardi. “Subito lasciarono le reti e lo seguirono”. In quel subito c’è la misura del distacco, la velocità della fiducia. Per seguire bisogna lasciare: non c’è cammino che non inizi con una rinuncia, non c’è passo avanti senza un appoggio abbandonato alle spalle.
Le reti sono il primo nome di ciò che trattiene. Sono strumenti di lavoro, certo, ma anche confini. Tengono insieme i pesci e insieme chi le maneggia. Le reti danno sicurezza: promettono un raccolto, una sera con pane e sale. Sono mani allargate sul mare, una geometria paziente che ordina il caos. Eppure, proprio perché utili, diventano gabbie leggere. Imbrigliano chi le possiede, lo legano al gesto ripetuto, alla riva conosciuta, alla notte che torna uguale.
Gesù passa e non propone un miglioramento del mestiere. Non insegna una rete più fitta. Chiama fuori. La sua voce non aggiunge, sottrae. Chiede di lasciare. Il vangelo non nasconde il costo della sequela: non promette un risarcimento immediato, non concede un tempo di prova. C’è un prima e un dopo, separati da un taglio netto. Per seguire bisogna lasciare ciò che ci definisce, persino ciò che ci sostiene. Le reti sono anche le relazioni che possediamo, i ruoli che ci precedono, le abitudini che ci rassicurano. Sono le parole già dette, i pensieri già pensati, i timori che conosciamo a memoria. Sono le scuse nobili: “non ora”, “non posso”, “non è il momento”. Reti invisibili, ma resistenti. Ci proteggono dal mare aperto, dall’imprevisto, dalla libertà che chiede coraggio.
Lasciare non è disprezzare. È riconoscere che un mezzo non può diventare fine. I pescatori non odiano le reti: le posano. Le affidano alla riva, come si affida un peso che ha fatto il suo tempo. In cambio ricevono una direzione che chiede fiducia più che calcolo. Seguono una presenza, non un progetto. La libertà non è l’assenza di legami, ma la scelta di quelli giusti.
Alla fine, l’invito è semplice e severo: lascia ciò che ti imbriglia, posa le reti che ti tengono fermo, per raggiungere la libertà.

